sabato 7 febbraio 2015

Il sito preistorico di Roccia San Sebastiano a Mondragone


Un gruppo di cacciatori del passato (Neanderthal) decise di stabilirsi nel riparo di Roccia San Sebastiano e durante la lunga permanenza in quell'accampamento, ad uno di loro, un bimbo di crca quarantamila anni fa, come indica la datazione dell'isotopo radioattivo 14C, capitò l'avventura di perdere un dente. 


Il rinvenimento del piccolo reperto è oggi, per lo studioso, il segno inequivocabile della presenza di quella specie umana anche tra le gole del Massico e la piana costiera di Mondragone.



Nella stratificazione, ricchissima di reperti, “vi è un racconto dell’evoluzione che va da 40 mila a 20 mila anni fa, quando la grotta è stata frequentata senza interruzioni da Neanderthal e Sapiens”, ha spiegato l’archeologo preistorico Carmine Collina, principale responsabile degli scavi e dello studio delle industrie litiche rinvenute.
Un dentino da latte e migliaia di punte e schegge di selce: così la fine dei Neanderthal in Italia e l’arrivo dei Sapiens è ‘fotografata’ nella grotta di Roccia San Sebastiano, che si affaccia sulla costa Tirrenica. Qui, alle pendici della rocca medievale di Montis Dragonis da cui ha preso nome il paese di Mondragone, che sorge poco distante, sono stati scoperti i resti e le tracce di alcuni degli ultimi Neanderthal della penisola, che di lì a poco si sarebbero estinti con l’arrivo dei Sapiens.
Nel primo strato, datato a 40.000-39.000 anni fa, è stato scoperto il dentino da latte di un bambino neandertaliano e molti strumenti costruiti dai Neanderthal come punte e schegge. 
”Il dentino si caratterizza nella morfologia come secondo molare deciduo inferiore di sinistra è stato perduto quando l’individuo aveva un’età paragonabile a quella dei nostri bambini di circa 10 anni”, spiega il paleoantropologo Giorgio Manzi, dell’Università Sapienza di Roma, che lo ha esaminato insieme con Loretana Salvadei, del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”.
Il ritrovamento di un resto umano risalente a circa 39.000 anni fa in quest’area è molto importante perché, sottolinea Collina, “è contemporaneo alla devastante eruzione del vulcano di Campi Flegrei avvenuta 39.000 anni fa”. Ulteriori scavi potrebbero far luce proprio sull’impatto dell’eruzione sul popolamento dell’area. Questo periodo, rileva l’archeologo Marcello Piperno, dell’università Sapienza, che ha coordinato gli scavi finanziati dal Comune di Mondragone, è cruciale anche “perché segna la fase finale dei Neanderthal in Italia e l’arrivo dei Sapiens” giunti proprio in quel periodo anche in Puglia.
In questa grotta dunque vi è una delle ultime testimonianze della presenza dei Neanderthal in Italia, dopo i ritrovamenti nelle numerose grotte del Monte Circeo datati tra 50.000 e circa 35.000 anni fa. “Con l’arrivo dei Sapiens – spiega Collina – questi uomini preistorici si ritirarono sempre più in Occidente fino al Portogallo, dove gli ultimi ritrovamenti relativi ai Neanderthal risalgono a 28.000 anni fa”.
Si ipotizza che sia stata l’inferiorità dal punto di vista tecnologico, ossia delle industria litica, dei Neanderthal rispetto ai Sapiens, la causa dell’estinzione di questi uomini.
“Le scoperte nella grotta di Roccia San Sebastiano – osserva Laura Longo, paleoantropologa del Museo di Storia Naturale di Verona – sono in sintonia con le scoperte fatte in Italia settentrionale, che testimoniano tecnologie diverse, senza convergenze fra l’industria litica di Sapiens e Neanderthal”.
Grande circa una trentina di metri quadrati, la caverna del ‘saluto’ fra i Neaderthal e i Sapiens è straordinaria anche per la ricchezza di strumenti realizzati dai Sapiens, a partire da 29.000 fino a 20.000 anni fa. Inoltre, conclude Piperno, le pareti della grotta sono decorate con incisioni e su una stalagmite vi è una macchia di ocra e una incisione che sembra raffigurare genitali femminili. 

[Ansa.it].


Mondragone, Roccia san Sebastiano
Pannello didascalico all'ingresso del sito preistorico




Mondragone, Roccia san Sebastiano
Vista del sito


Eventi culturali. Presentazione del volume "Come la polvere. L'odissea dei profughi di Montecassino"


La Pro Loco Sessa Aurunca in collaborazione con il Comune di Sessa Aurunca – Assessorato alla cultura e con la Biblioteca Comunale Gaius Lucilius, presenterà, il prossimo 9 febbraio, il nuovo romanzo di Marisa Errico Catone “Come la polvere” edito da Nuovadimensione. L’evento avrà luogo a partire dalle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale Gaius Lucilius in Sessa Aurunca.


Il volume parla dell’odissea dei profughi di Montecassino durante il secondo confitto mondiale. L’autrice ricostruisce nel romanzo eventi e scenari con la precisione di un’antropologa, con la capacità narrativa di un’ammaliatrice, rilanciando la memoria attraverso una trama fitta di dettagli. 


La giornata del 9 febbraio vedrà protagonista la Signora Errico Catone anche in un incontro che la Pro Loco Sessa Aurunca ha organizzato, presso il Salone dei Quadri del Palazzo di Città in Sessa Aurunca, con le Scuole superiori della città per celebrare il Giorno della Memoria. Marisa Errico Catone racconterà la tragica esperienza che l’ha vista, insieme ai genitori, deportata nei campi di concentramento nazisti, esperienza narrata in un precedente volume dal titolo “Non avevo la stella. La testimonianza di una bambina deportata per errore” sempre edito da Nuovadimensione. 

domenica 1 febbraio 2015

Alla scoperta del territorio: il Parco regionale Roccamonfina-Foce del Garigliano




Il Parco Regionale Roccamonfina-Foce del Garigliano, situato nel cuore della Regione Campania, si estende per circa 9.000 ettari, tra i territori del basso Lazio e del Molise. Comprende i comuni di Sessa Aurunca, Teano e cinque centri della Comunità Montana Monte Santa Croce, Roccamonfina, Galluccio, Conca della Campania, Marzano Appio e Tora e Piccilli.
Il Parco è sovrastato, come per proteggerlo, dall'apparato vulcanico del Roccamonfina, più antico del Vesuvio, di cui ricorda forma e maestosità, costituito da una cerchia craterica esterna larga mediamente 6 km, definita nei punti più alti dal Monte Santa Croce (1005 m) e dal Monte Lattani (810 m) e da alcuni coni vulcanici con profilo a cupola semisferica, quali Monte Atano (Casi - Teano), Colle Friello (Conca della Campania), Monte Ofelio (Sessa Aurunca).




Rocce dalle forme curiose e uniche ricordano la passata attività vulcanica dell'area, oggi ricoperta da coltivazioni di castagni, uliveti e vigneti. 




Lo sviluppo rigoglioso del castagno è stato favorito, nel tempo, dalla composizione mineralogica dei suoli lavici del Roccamonfina, ottimale per le esigenze nutrizionali di queste specie.
Nei castagneti è possibile ammirare le splendide fioriture primaverili di crochi, ranuncoli, primule, anemoni e viole. Di grande suggestione le molteplici varietà di orchidee che attirano ogni anno numerosi      studiosi    e appassionati.
La natura prende vita là dove prima dominava il fuoco. È strabiliante come sia ricco e folto il sottobosco anche nel periodo autunnale, quando è popolato da numerose specie di funghi, tra cui l'ovolo buono ed il porcino, di grande pregio commerciale e gastronomico.
Fiori, piante ed animali sono i veri guardiani di questi luoghi.
La ricca avifauna di montagna comprende esemplari quali il cuculo, il picchio, la civetta, l'allocco ed il gufo comune, mentre nella parte collinare troviamo il merlo e il corvo. Il Parco ospita esemplari rarissimi e di grande interesse, come l'airone rosso, e i più comuni gufi di palude, falchi pescatori e cicogne bianche.
Testimonianza della funzionalità dell'ecosistema dell'intera area e del suo stato di salute è la presenza di una fauna omitica, che comprende numerose popolazioni nidificanti di poiana e gheppio, predatori    ai vertici delle reti alimentari.
I boschi del vulcano di Roccamonfina costituiscono un rifugio ideale per gli animali: qui, infatti, la volpe, il cinghiale, il tasso, la faina, la lepre e molteplici altre specie di piccoli mammiferi vivono isolati e al sicuro.
Lontano dall'uomo, ovunque domina la tranquillità e soprattutto la natura.


Camminando lungo i sentieri, gli unici suoni che si sentono sono il cinguettare dei tanti uccelli, il vento che smuove le fronde degli alberi e lo scrosciare in lontananza di acqua fresca e veloce che scende dalle sorgenti.



L'intero territorio è ricco d'acqua che ne ha plasmato la morfologia. Il Fiume Garigliano, ad esempio, attraversa il Parco, e scava il suo letto tra i terreni vulcanici del Roccamonfina ed i terreni calcarei dei Monti Aurunci.




Nasce dalla confluenza del Fiume Liri con il Fiume Gari o Rapido, ha acque profonde  e corrente veloce. Il suo serpeggiante percorso è addolcito dalla presenza di robusti pioppi e salici sugli argini. Percorrendo le sponde, comprese nel perimetro del Parco, si giunge facilmente sino alla foce e nella splendida Pineta di Baia Domizia Nord. Oltre al Garigliano, i due corsi d’acqua più importanti sono il fiume Savone ed il fiume Peccia.
Ad amplificare la bellezza di questi luoghi, lungo il corso dei fiumi, concorrono ruderi d’antichi mulini e frantoi che, dallo scorrere veloce ed inarrestabile dell’acqua, traevano l’energia per azionare le pesanti macine di pietra lavica.





Il testo è tratto dalla pubblicazione: 
Parco Regionale Roccamonfina Foce Garigliano, 2008