La conoscenza di un territorio e dei suoi valori identitari costituisce non solo il fondamento di un sentimento di appartenenza per le comunità che vi risiedono, ma anche il presupposto per un reale apprezzamento e per una consapevolezza del valore, collettivo e individuale al tempo stesso, del patrimonio culturale locale, oltre che una condizione essenziale per la sua tutela e per la sua rinascita economica e sociale.

Knowing a country and its identity values is both the basis for a sense of belonging for local communities and the prerequisite for an appreciation and a true understanding of the single and collective importance of the cultural and territorial heritage. It is, moreover, the necessary condition to promote its protection and economic and social revival.

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domenica 17 maggio 2026

Dalle acrobazie al degrado: lo Skate Park-Mondragone rischia di diventare un “non luogo”



 


Era nato con le migliori premesse: uno spazio di socialità, sport e rigenerazione urbana destinato ai giovani della città. Oggi, però, lo Skate Park di Mondragone rischia di trasformarsi nell'ennesima occasione sprecata. 

Il passo tra "luogo di aggregazione" – vivo, pulsante e identitario – e "non-luogo" – uno spazio vuoto, estraneo e privo di significato per la comunità,  si sta rivelando drammaticamente breve. A tracciare questo confine invisibile sono due carenze ormai croniche: la mancanza di manutenzione e l'assenza di controlli.

Quando si progetta un'area dedicata agli sport urbani, l'obiettivo va ben oltre il posizionamento di rampe e cemento. Si crea un punto di ritrovo per una generazione che spesso fatica a trovare spazi di espressione sani sul territorio. Lo Skate Park rappresentava per questo una valvola di sfogo positiva, un presidio di socialità e legalità. Tuttavia, l'architettura sociale ha bisogno di cura costante. Senza una manutenzione ordinaria e straordinaria, le strutture deteriorano rapidamente, diventando non solo inutilizzabili per gli skaters, ma anche pericolose. 

Rampe danneggiate, scritte vandaliche non rimosse e accumulo di rifiuti ne stanno progressivamente alterando la funzione originale.

Il vero collasso di uno spazio pubblico avviene quando viene a mancare la percezione di sicurezza. L'assenza di un sistema di vigilanza o di un controllo efficace del territorio lascia campo libero ad atti di inciviltà ed attività illecite. 

Un'area abbandonata a se stessa cessa di essere un bene comune e diventa terra di nessuno. 



I giovani e le famiglie allontanano la loro presenza da un luogo che percepiscono come insicuro o degradato, accelerando quel processo di spopolamento qualitativo che trasforma una piazza o un parco in un'area spettrale. Lo Skate Park si ritrova così svuotato della sua anima comunitaria, ridotto a mero cemento di passaggio, un guscio vuoto che non comunica più nulla, se non incuria.



Il sociologo Marc Augé ha definito "non-luoghi" quegli spazi privi di identità, relazioni e storia. Se lo Skate Park perde la sua funzione di catalizzatore sociale a causa dell'incuria, finisce proprio per diventare questo: un punto qualsiasi sulla mappa, un'area degradata identica a tante altre periferie d'Italia.

Per evitare che questo processo diventi irreversibile, sono necessarie azioni immediate:

  • Piano di ripristino urgente. Riparazione delle strutture e pulizia radicale dell'area; 
  • Sistemi di videosorveglianza. Elementi chiave per scoraggiare il vandalismo nelle ore notturne;
  • Coinvolgimento della comunità. Affidare la gestione o il monitoraggio alle associazioni locali o agli stessi ragazzi che lo frequentano, potrebbe restituire loro il senso di appartenenza e di rispetto per il bene pubblico.

Mondragone non può permettersi di perdere questo importante spazio di aggregazione. Recuperare lo Skate Park significa restituire dignità ai giovani della città e dimostrare che il bene comune ha ancora un valore.













mercoledì 13 maggio 2026

Fresca di costituzione l'Associazione Mondragone Lido


Si è costituita di recente l'ASSOCIAZIONE MONDRAGONE LIDO. Dopo alcune riunioni preparatorie, tutte opportunamente pubblicizzate a mezzo social, il Comitato proponente ha approvato l'atto costitutivo, il relativo Statuto e l'elezione del Consiglio direttivo nelle persone del prof. Ubaldo De Rosa, successivamente eletto Presidente, Salvatore Bertolino, vice Presidente, dott. Mario Marziali, segretario, Franco D'Oriano, tesoriere e Lello Tipaldi, consigliere.

Nell'immediato l'Associazione ha cominciato a farsi portavoce delle istanze del Territorio. Vi è stato, infatti un primo incontro con il Sindaco avv. Francesco Lavanga a cui ha partecipato una delegazione con il Presidente prof. Ubaldo De Rosa ed un nutrito gruppo di iscritti per illustrare all'Amministrazione alcune problematiche, suggerendo anche gli opportuni rimedi.

La neo-costituita Associazione MONDRAGONE LIDO è una libera Associazione, apartitica e apolitica, senza scopo di lucro, ha finalità di promozione sociale, di valorizzazione delle realtà e delle potenzialità naturalistiche, culturali, storiche, turistiche, enogastronomiche ed economiche di Mondragone.
In particolare persegue i seguenti scopi:
· diffondere la conoscenza del Territorio con tutte le iniziative adatte allo scopo: letterarie, artistiche e storiche, predisponendo ricerche, studi, concorsi, mostre di materiale e documentazione, passeggiate narrate;
· favorire, divulgare, realizzare iniziative idonee a realizzare, promuovere e valorizzare il patrimonio storico, artistico e culturale locale, le tradizioni di Mondragone e della Campania, in particolare del territorio del Litorale Domizio, anche aderendo ad analoghe iniziative gestite da altre Associazioni;
· ampliare la conoscenza della cultura del territorio sotto il profilo artistico, archeologico, storico ed architettonico in genere, attraverso contatti fra persone, enti ed associazioni;
· proporsi come luogo di incontro e di aggregazione nel nome di interessi culturali assolvendo la funzione sociale di maturazione e crescita umana e civile, attraverso l'ideale dell'educazione permanente;
· porsi come punto di riferimento delle attività culturalmente rilevanti in collaborazione con le altre realtà ed enti operanti aventi finalità e scopi affini;
· interagire con le Amministrazioni locali al fine di portare a conoscenza della stessa problematiche territoriali, anche suggerendo le soluzioni ai problemi stessi.




lunedì 10 giugno 2024

La via Domiziana. Ricognizioni storiche lungo il tracciato




Mondragone, loc. Scopelle.
Affioramento del lastricato della via Domitiana


Una strada che metteva in comunicazione Sinuessa con Literno e Pozzuoli, fosse pure in semplice terra battuta o sotto forma di pista polverosa, esisteva già dal 215 a.C., allorquando fu aperta da Quinto Fabio Massimo durante la II guerra punica. 

Nello stesso anno questa strada fu utilizzata da Tito Sempronio Gracco, come ci tramanda Tito Livio negli Annales

Sinuessae, quo ad conveniendum diem edixerat, exercitu lustrato, transgressus Vulturnum, circa Liternum castra posuit 

quando, il console, dopo aver passato in rassegna l'esercito a Sinuessa,  supera il Volturno e pone l'accampamento  a Liternum. 




Roma. Museo Archeologico Centrale Montemartini
Ritratto di Domitiano

Solo nell’anno 95 d.C., per volere di Domiziano imperatore questa strada venne rifatta e lastricata, e resa efficiente a tal punto che diventò percorribile in appena due ore.

 

Nacque così la via Domitiana. 




Mondragone, loc. Scopelle.
Tracciato originario della via Domitiana


La via Domitiana aveva inizio appena dopo Sinuessa, laddove la consolare Appia svoltava per Capua; quindi, mentre l’Appia si dirigeva verso sud–est, lambendo le pendici del Monte Petrino, la via Domitiana proseguiva lungo il litorale: 

Illic flectitur excitus viator, 

Illic Appia se dolet relinqui. a

Tunc velocior acriorque cursus, 

Tunc ipsos iuvat impetus iugales; 

Ceu fessis ubi remigum lacertis 

Primae carbasa ventilatis, aurae.

Stazio, Silvae, IV, vv 101-106 




Mondragone, loc. Scopelle.
Affioramento del lastricato della via Domitiana


Il tragitto completo, da Sinuessa a Puteoli, misurava 33 miglia romane, pari a circa Km 49. 

Lungo il suo percorso, la Domitiana transitava mediante ponti, sicuramente in muratura, su tre fiumi: nell’ordine, il Savone, il Volturno ed il Clanio (chiamato anche Liternum flumen), nonché immissario ed emissario della Palus Liternina, (oggi Lago di Patria); attraversava centri abitati quali Vulturnum (Castelvolturno), Liternum (Lago Patria) e Cumae, prima di giungere a Puteoli


In merito al ponte sul Savone, una testimonianza abbastanza recente ci è fornita da Antonio Sementini (Sinuessa. Ricognizioni archeologiche lungo l'Appia e la Domiziana)  da cui apprendiamo che fino al 1949-50 era ancora visibile lo scheletro di un'arcata in tufo giallo flegreo con filari in cotto. Il dato è confermato da Johwannosky (1990) secondo cui, resti del ponte erano visibili fino agli anni '50 quando furono eseguiti i lavori di regimentazione dell'alveo del Savone.

Ecco come il Sementini descrive il ponte sul Savone:

Costruito a due luci sulla foce del "piger Savo" a sostegno dello antico selciato sul lento deflusso dell'ultimo corso del fiume, l'antico ponte lasciava ancora in vista, ai margini del vigneto del sig. Francesco La Torre, la solida spalliera di sud-est della seconda arcata, caduta nelle acque negli anni andati. Il grosso nucleo della spalliera in tufo, calce e cotto, venne ricoperto dalla seconda rampa, che conduce al lido, tra il '49 e il '51, durante i lavori di bonifica, ed oggi il pilastro di levante risulta completamente ricoperto di terriccio indurito.


Qualche anno dopo andò quasi completamente distrutto anche lo scheletro dell'ultima arcata per mano della ditta che gettò la passerella in cemento là dov'era, affiancato al domizianeo, un ponticello in tufo friabile locale, reso pericolante dagli ultimi eventi bellici. Finiva, così, per scomparire del tutto anche la pila centrale, un tempo al taglio della corrente, saldamente infissa nel fiume a sostenere le due arcate del ponte.

La costruzione, così come si presentava, dovette essere sicuramente dell'ultimo rifacimento per mano dei "curatores" di Teodorico, che rispettò e restaurò, circondandosi dell'elemento colto romano, le costruzioni più importanti del periodo imperiale.

 

Partendo dalle pendici del Monte Massico, la Domitiana attraversava tutta la pianura alluvionale formata dai tre fiumi, costeggiando il litorale e la lunghissima pineta costiera, la Sylva Gallinaria, per poi pervenire ai rilievi dei Campi Flegrei, lambendo le coste di Cuma, ma anche transitando sotto il fornice dell’Arco Felice. 


Immagine da: F. Longobardo, Problemi di viabilità in Campania: la via Domitiana in Viabilità e insediamenti nell'Italia antica, L'Erma di Bretschneider, 2004 


Dalla illustrazione che precede appara chiaro come la strada Domitiana fosse, agli inizi del 1600, ancora percorribile nel suo originario tracciato da Sinuessa fino a Cuma, percorribilità attestata anche negli anni della prima metà del Quattrocento, come risulta da una lettera che l'ambasciatore fiorentino Giovanni Lanfredini invia ad Antonio di Jacopo Benci detto il Pollaiolo (1431-1496-98).

Così vedemo molte ruine e spoglie, che dimostrano stupendissima grandezza; ma non mi pare piccola cosa la strada Romana che dura fino a Pezuolo e in molti luoghi per lo chammino si vede intera…


Le maggiori testimonianze archeologiche di questa via sono, oggi, assai visibili nei pressi di Cuma.

sabato 20 aprile 2024

Museo della Civiltà contadina - Borgo di Catailli, Conca della Campania






Nulla di meglio al mondo dei selvaggi, 
dei contadini e della gente di provincia, 
per studiarne a fondo e in ogni senso
costumi e abitudini.

H. de Balzac 






Museo della Civiltà contadina



Il Museo nasce nel 2017 da un'idea del Presidente della odierna "Associazione Museo della Civiltà contadina" presso il Borgo di Catailli di Conca della Campania, un Museo per non dimenticare l'antica civiltà contadina, il tempo in cui si viveva a stretto contatto, e con il lavoro, della terra.

Circa un migliaio di reperti sono oggi conservati ed esposti nella casa di famiglia del fondatore, più precisamente nei pressi del grande porticato, in quella che un tempo era una grande stalla e nei locali adiacenti alla zona forno, dove ancora oggi si respira il profumo della fatica e l'essenza dell'amore con cui le donne dell'epoca si accingevano a preparare e cuocere il pane e tantissimi dolci.

Si possono ammirare gli ambienti, sapientemente ricostruiti, dei locali in cui avveniva la prima lavorazione dell'uva: grandi tini, botti, torchi, tinozze, pigiatrici, imbuti e tutti gli attrezzi necessari per questo tipo di lavorazione.



Museo della Civiltà contadina


Si può ammirare e visitare la ormai famosa e stravisitata "Casa del contadino", un vero e proprio fermo-immagine di vita vissuta in povertà, con tanta umiltà e semplicità, ma piena di valori. Un'ambientazione ferma agli inizi della seconda metà del secolo scorso: si possono ammirare l'umile cucina, la grande dispensa e la camera da letto, il tutto corredato da oggetti della vita quotidiana dell'epoca.



Museo della Civiltà contadina



Museo della Civiltà contadina


Nel Museo è possibile vedere quegli strumenti che hanno scandito i tempi della vita quotidiana dei nostri antenati, dall'aratura alla semina, dalla raccolta alla conservazione, gli strumenti utilizzati per il lavoro nei campi, ma anche gli utensili della vita quotidiana. Si spazia dagli aratri in ferro e legno, ai gioghi per buoi e mucche; madie per la lavorazione del pane e ceste in vimini; oggetti in rame, anfore, orci e vasi antichi; le prime macchine per cucire, ferri da stiro ed utensili per calzolai, falegnami e fabbri.

Si possono ammirare macchine agricole a funzionalità manuale come snocciolatrici e sgranatrici per il mais; una antica pressa per paglia e fieno, arcolai e cardalana.

Un vero e proprio "viaggio nel tempo e nelle nostre radici", amabili resti di una civiltà ormai in via di estinzione, un contributo alla crescita culturale e sociale del Territorio finalizzato all'educazione ed alla conoscenza dei giovani.

Un Museo che è una vera e propria "Teca della Memoria", un racconto demo-etno-antropologico della vita contadina fino all'immediato dopoguerra con ritmi, tempi ed economie legate ai cicli naturali della vita.



Museo della Civiltà contadina




Museo della Civiltà contadina




Museo della Civiltà contadina





Museo della Civiltà contadina





Museo della Civiltà contadina






venerdì 19 aprile 2024

Masseria de' Ciocchi a San Ruosi di Carinola






Carinola, borgo San Ruosi - Ceraldi
Portone della Masseria Ciocchi


La Masseria Ciocco o Ciocchi, dal nome dei nobili ‘proprietari’,  appartenenti al patriziato Nolano, che più ne hanno segnato storicamente  l’evoluzione e la caratterizzazione degli spazi, è sita nel borgo di San Ruosi-Ceraldi ( altrimenti detto, di Sant’Anna ), a solo pochi chilometri da Carinola.  Come molti altri siti, molti dei quali ancora poco noti persino alla critica, essa  si configura come una masseria di sicuro interesse storico e culturale lungo lo straordinario itinerario storico-artistico costituito dal cosiddetto Real  Cammino, strategica infrastruttura viaria risistemata, e in parte tracciata  durante il vice-regno Spagnolo ristrutturando parzialmente un’antica strada  romana che iniziando sostanzialmente dalla cosiddetta Scafa del  Garigliano, giungeva fino a Napoli. 

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La strategica collocazione della masseria, posta su di una piccola  altura a diretto contatto con il Real Cammino e, soprattutto, la rinomata  fertilità dell’Agro Falerno cui la stessa appartiene, ha reso partecipe la  struttura, nel corso dei secoli, di un lento processo di stratificazione che, com’è noto, a diversi livelli ha coinvolto l’intera circoscrizione territoriale, sin  dai tempi antichi. Non diversamente ad altri luoghi della zona, infatti,  l’aggregato che tuttora contraddistingue il sito dei Ciocchi si caratterizza  come insieme di fabbriche e luoghi destinati alla produzione agricola, nel  tempo, solidarizzatisi nelle forme di un piccolo insediamento accentrato,  arretrato rispetto alla via d’accesso, nell’aspetto attuale, stanziatosi a partire dalla tarda età moderna intorno a una tipica fabbrica masserizia munita di  cappella e di alloggi per contadini e braccianti, oltre che di ambienti  necessari all’attività agricola e al piccolo allevamento. Questo primo  organismo complesso, a cominciare dal Settecento, subì poi un graduale  progressivo ampliamento, aggregando al suo intorno ulteriori organismi  masserizi, altresì configurati mediante la ristrutturazione e l’incremento dei  volumi funzionali pertinenti il primitivo impianto. In questo modo, almeno dal  primo Ottocento, il complesso, oltre ad aumentare notevolmente la sua  estensione, ha finito per configurare al suo ingresso una sorta di  piazza/slargo, sulla quale affacciano sia la chiesa sia gli ingressi degli  organismi masserizi, parzialmente aperta sulla strada di accesso. L’attuale complesso architettonico è il risultato, quindi, di interventi  attuati in tempi diversi, a giudicare dalle testimonianze residue, non anteriori  alla fine del XVII-primo XVIII sec.. 



Carinola, borgo San Ruosi - Ceraldi
Masseria Ciocchi


Il Casale di S. Ruosi, sin dalla metà del XVIII sec. il più piccolo dei  villaggi carinolesi, era in origine riunito a Ventaroli come Villa S. Ambrogio, o  S. Orosio, Santo cui era dedicata anche la locale cappella. Sin dal 1742 –  data del primo catasto della città di Carinola e dei suoi dieci casali, opera  non terminata per le tante irregolarità e imprecisioni registratevi e, per  questo motivo, ripresa e perfezionata nel 1752-53 con aggiornamenti fino al  1755 – in questo Casale risiedono e hanno proprietà, sia edilizie sia terriere, in  misura assai differente le famiglie: Ciocco – ricchi nobili locali distinti in più  rami, il più ricco dei quali proveniente dal casale di Cascano, con proprietà,  anche molto estese, coincidenti con terreni, anche “aratorij” e campestri,  uliveti, querceti e boschi, e diverse “case palaziate”, tutti sparsi nei vari casali  della città, soprattutto a Nocelleto e Ventaroli, bestiame e con benefici a S.  Ruosi in due cappelle (S. Anna e S. Maria della Libera); Ceraldo –  proveniente da Sessa, con ricche proprietà (terre, case, bestiame)  soprattutto a San Ruosi; Tramunti - trasferitisi per qualche  tempo, ma ritornati poi a San Ruosi nel 1755, quando Antonio Tramunti  (bracciale) acquista, sempre dai Ciocco, “una casa di 2 membri inferiori e superiori, con cortile e piccolo giardino continuo, giusta altri loro beni (cioè,  una casa di 6 membri, 2 superiori e 4 inferiori, con orto continuo) e via  publica “ - e Menna – con Tomaso con qualifica di campiere, proprietaria di un certo numero di piccoli appezzamenti, anche uliveti, e di alcuni capi di bestiame, nella stessa S. Ruosi, nonché di due case, di cui una, “di 20  membri, 9 superiori e 11 inferiori, vicina ai beni dei Ciocco, nello stesso  casale.

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I Ciocco vanno identificati con i primi, e inizialmente, unici proprietari  della masseria oggetto di studio, nonché cofondatori, insieme con l’altra  famiglia patrizia dei Ceraldo di Sessa, dello stesso casale di San Ruosi. A  costoro, distinti nei tre rami facenti capo a Raimondo, originario proprietario  della Masseria omonima, a Francesco, intestatario di altre proprietà nello  stesso villaggio, e al ramo di Cascano, appartenevano, difatti, la gran parte  delle terre della zona. In particolare, Matteo Ciocco, il cui sacello è ospitato  nella cappella di S. Anna, originariamente dedicata a S. Ambrogio, annessa  alla masseria Ciocco, con un’epigrafe datata al 1713, deve farsi coincidere  con il fondatore dell’insediamento masserizio, sorto tra la fine del XVII e i  primi del XVIII sec. 

Alla data di compilazione del rilevamento catastale  (entro il 1753) l’erede di Raimondo, Don Giuseppe Ciocco, risultava  proprietario per “sua abitazione di una casa palaziata di più e diversi  membri, superiori e inferiori, con quattro cortili, tre giardini continui e  Cappella sotto il titolo di S. Anna Jus Patronato di sua Famiglia, giusta li beni  delli eredi del quondam Matteo Tramunti, di Tomaso Menna, altri beni proprij  e via publica”. 




Carinola, borgo San Ruosi - Ceraldi
Cappella di S. Anna, jus patronato della famiglia Ciocchi


Di sua proprietà era pure “una casa di un solo membro  terraneo” che teneva affittata e di molti terreni in diverse località di S. Ruosi,  anche confinanti con le terre dell’altro ramo dei Ciocco, quelli di Cascano. Diversamente, l’altro ramo dei Ciocco, eredi di  Francesco, al tempo identificati con un altro Giuseppe Ciocco, risiedevano  a San Cipriano d’Aversa, ma mantenevano a San Ruosi, fuori dalla descritta Masseria Ciocco, diverse proprietà terriere (per un totale di 42 moggia,  confinanti con i beni Gentile e la via vicinale) insieme a una “casa palaziata  di più e diversi membri inferiori e superiori, che si tiene per abitazione del di  lui fattore”. Identicamente facoltosi, benchè meno dei Ciocco, erano i Ceraldo  di Sessa, proprietari di diverse “masserie di fabbrica” a S. Croce, Nocelleto e,  come Pompeo e fratelli, anche di una con territorio di moggia 100 e 15  proprio a San Ruosi, nel luogo detto la Masseria di Ceraldo, con il beneficio  nella vicina cappella rurale del casale detta S. Maria della Libera, ancora  oggi, benché fatiscente, riconoscibile nelle fabbriche all’estremo sud-ovest  della Masseria dei Ciocco, secondo quanto rappresentato nelle cosiddette  “minute di campagna” del Reale Officio Topografico.




Carinola, borgo San Ruosi - Ceraldi
Masseria Ciocchi


Il testo è tratto da:

Andrea Amelio, "RESTAURO E VALORIZZAZIONE della Masseria de’ Ciocchi San Ruosi a Carinola (CE)", Tesi di Laurea in Architettura, Seconda Università degli Studi di Napoli - Anno Accademico  2016/2017


Foto di Salvatore Bertolino