La conoscenza di un territorio e dei suoi valori identitari costituisce non solo il fondamento di un sentimento di appartenenza per le comunità che vi risiedono, ma anche il presupposto per un reale apprezzamento e per una consapevolezza del valore, collettivo e individuale al tempo stesso, del patrimonio culturale locale, oltre che una condizione essenziale per la sua tutela e per la sua rinascita economica e sociale.

Knowing a country and its identity values is both the basis for a sense of belonging for local communities and the prerequisite for an appreciation and a true understanding of the single and collective importance of the cultural and territorial heritage. It is, moreover, the necessary condition to promote its protection and economic and social revival.

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lunedì 7 settembre 2026

Mondragone Lido: le promesse di maggio spazzate via dalla polvere di settembre



A maggio l'incontro in Municipio tra una delegazione dell’Associazione Mondragone Lido, guidata dal presidente prof. Ubaldo De Rosa, ed il sindaco Francesco Lavanga con il comandante della Polizia Municipale dott. Carmine Caputo, sembrava aver segnato un punto di svolta. I toni costruttivi, l'ascolto attento e la sensibilità mostrata dall'Amministrazione per le storiche criticità della zona Lido avevano riacceso le speranze dei residenti.

Al centro delle richieste figurava la risoluzione dell'annoso problema legato all'area dell'ex campo sportivo, oggi adibita a parcheggio comunale a pagamento, la revisione del senso di circolazione della strada adiacente, via V. Le Dieu, con istituzione di senso di marcia perenne da viale Campania verso lungomare Federico e tutta una serie di interventi mirati al decoro urbano e alla vivibilità della zona.

Con l'arrivo di settembre, tuttavia, il bilancio per il Quartiere è sconfortante: le problematiche evidenziate sono rimaste del tutto irrisolte, se non addirittura peggiorate con il passare della stagione estiva.

Oggi gli abitanti della zona si trovano a convivere con un disagio quotidiano insostenibile. L'area degradata del parcheggio ex campo sportivo è diventata una fonte permanente di inquinamento atmosferico e domestico: ad ogni passaggio di veicoli si sollevano dense nubi di pulviscolo e particolato che penetrano nelle abitazioni, costringendo i residenti a tenere le finestre serrate pur di proteggere la salute e la pulizia dei propri ambienti, tutto aggravato dal fatto che, attraverso il varco su via V. Le Dieu, gli utenti del Centro Campano utilizzano il parcheggio come scorciatoia per entrare ed uscire dalla struttura.  Un parcheggio in perfetto stile "far west" che di notte diventa una pericolosa "terra di nessuno" con esibizioni spericolate di moto ed auto nella totale assenza di qualsiasi controllo.

La rabbia degli abitanti della zona Lido cresce di giorno in giorno, dalle parole e dagli impegni presi durante il confronto di maggio non è scaturita alcuna azione concreta. L'Associazione Mondragone Lido e i cittadini tornano a chiedere con forza risposte immediate e interventi risolutivi per restituire dignità, vivibilità e aria pulita al Quartiere Mare.

Di sicuro gli abitanti del Quartiere non staranno ad aspettare la prossima estate... 






domenica 17 maggio 2026

Dalle acrobazie al degrado: lo Skate Park-Mondragone rischia di diventare un “non luogo”



 


Era nato con le migliori premesse: uno spazio di socialità, sport e rigenerazione urbana destinato ai giovani della città. Oggi, però, lo Skate Park di Mondragone rischia di trasformarsi nell'ennesima occasione sprecata. 

Il passo tra "luogo di aggregazione" – vivo, pulsante e identitario – e "non-luogo" – uno spazio vuoto, estraneo e privo di significato per la comunità,  si sta rivelando drammaticamente breve. A tracciare questo confine invisibile sono due carenze ormai croniche: la mancanza di manutenzione e l'assenza di controlli.

Quando si progetta un'area dedicata agli sport urbani, l'obiettivo va ben oltre il posizionamento di rampe e cemento. Si crea un punto di ritrovo per una generazione che spesso fatica a trovare spazi di espressione sani sul territorio. Lo Skate Park rappresentava per questo una valvola di sfogo positiva, un presidio di socialità e legalità. Tuttavia, l'architettura sociale ha bisogno di cura costante. Senza una manutenzione ordinaria e straordinaria, le strutture deteriorano rapidamente, diventando non solo inutilizzabili per gli skaters, ma anche pericolose. 

Rampe danneggiate, scritte vandaliche non rimosse e accumulo di rifiuti ne stanno progressivamente alterando la funzione originale.

Il vero collasso di uno spazio pubblico avviene quando viene a mancare la percezione di sicurezza. L'assenza di un sistema di vigilanza o di un controllo efficace del territorio lascia campo libero ad atti di inciviltà ed attività illecite. 

Un'area abbandonata a se stessa cessa di essere un bene comune e diventa terra di nessuno. 



I giovani e le famiglie allontanano la loro presenza da un luogo che percepiscono come insicuro o degradato, accelerando quel processo di spopolamento qualitativo che trasforma una piazza o un parco in un'area spettrale. Lo Skate Park si ritrova così svuotato della sua anima comunitaria, ridotto a mero cemento di passaggio, un guscio vuoto che non comunica più nulla, se non incuria.



Il sociologo Marc Augé ha definito "non-luoghi" quegli spazi privi di identità, relazioni e storia. Se lo Skate Park perde la sua funzione di catalizzatore sociale a causa dell'incuria, finisce proprio per diventare questo: un punto qualsiasi sulla mappa, un'area degradata identica a tante altre periferie d'Italia.

Per evitare che questo processo diventi irreversibile, sono necessarie azioni immediate:

  • Piano di ripristino urgente. Riparazione delle strutture e pulizia radicale dell'area; 
  • Sistemi di videosorveglianza. Elementi chiave per scoraggiare il vandalismo nelle ore notturne;
  • Coinvolgimento della comunità. Affidare la gestione o il monitoraggio alle associazioni locali o agli stessi ragazzi che lo frequentano, potrebbe restituire loro il senso di appartenenza e di rispetto per il bene pubblico.

Mondragone non può permettersi di perdere questo importante spazio di aggregazione. Recuperare lo Skate Park significa restituire dignità ai giovani della città e dimostrare che il bene comune ha ancora un valore.













venerdì 17 aprile 2026

LA VILLA ED IL VICUS DELLE TRE COLONNE A MONDRAGONE


Mondragone, loc. Tre Colonne. Pilastro in opus latericium





Mondragone, loc. Tre Colonne


Procedendo in direzione Mondragone, l'antica via Appia avanza quasi in parallelo con l'attuale strada Domiziana sino a quando all'altezza dell'Hotel Sinuessa, dove un tempo, più in basso vi era il Casino di Transo, in corrispondenza del miliare CIX (109, vedere estratto di mappa allegato di Rizzi Zannone 1789) vira a sinistra attraversando la località Incaldana.


Estratto di mappa del Rizzi Zannone 1789


Diverse sono le strade che si diramano verso le pendici della parte terminale della catena del Massico, ma una di queste risulta essere un diverticolo dell'Appia data la presenza di basoli ancora riscontrabili nonostante le numerose rimozioni susseguitesi nel tempo.


Diverticolo dell'Appia che conduce alla località Tre Colonne


Il diverticolo conduce al sito detto Le Tre Colonne, già evidenziato in un estratto di mappa borbonica del 1836. Alla base del monte Crestagallo, in prospettiva proprio sotto il Monastero di Sant'Anna de Aquis Vivis, si trovano una serie di terrazzamenti sia in opera poligonale che incerta, relativi ad alcune case coloniche che probabilmente rappresentavano un piccolo vicus collegato alla villa delle Tre Colonne.


Estratto di mappa borbonica, 1836


Nel sito sono stati individuati i resti di un criptoportico in opera incerta pertinenti ad una villa rustica di media grandezza databile tra il II sec, a.C. ed il III d.C.
I terreni superiori sono attraversati da una serie di cunicoli, alcuni corredati da tubuli di terracotta ed utilizzati come drenaggio, ma forse utili anche allo scopo di alimentare eventuali cisterne.
Di fatti nel corso del I sec. d.C. venne costruita di fianco la villa una capiente cisterna di cui sono visibili oggi i tre grandi pilastri in opus latericium in cui si evidenziano resti di rivestimento in cocciopesto, appunto le Tre Colonne che danno il nome alla località.

Marco Ceci

Marco Ceci è uno studioso di archeologia, profondamente legato alla valorizzazione del patrimonio storico delle antiche città di Sinuessa e Suessa.

Ha condotto approfonditi studi sul tracciato dell'Appia Regina Viarum nel territorio di Sessa Aurunca e Cellole;

ha analizzato e documentato testimonianze epigrafiche fondamentali, tra cui il "centesimo miglio" dell'Appia e altri miliari romani rinvenuti in aree rurali; 

collabora attivamente con associazioni e testate locali per promuovere la conoscenza della storia locale. 


Bibliografia essenziale:
M.Pagano, 1990
Crimaco ,1993
Proietti, 1993
Stefania Quilici Gigli, 1997



Mondragone, loc. Tre Colonne




Mondragone, loc. Tre Colonne




Mondragone, loc. Tre Colonne




Mondragone, loc. Tre Colonne
     



Mondragone, loc. Tre Colonne


 

Foto di  

 Salvatore Bertolino











mercoledì 5 novembre 2025

L'Epigrafe di Lucio Papio, tra i primi testamenti della Storia...





L. PAPIUS. L.F. TER. POLLIO. DUO. VlR. L. PAPIUS. L.F. FAL. PATR. MULSUM.ET CRUSTUM COLONIS SENUISANIS. ET CAEDICIANEIS. OMNIBUS. MUNUS. GLADIATORIUM. CENAM. COLONIS. SENUISANIS. ET. PAPIEIS. MONUMENTUM HS ____ EX TESTAMENTO. ARBITRATU. L. NOVERCINI L.F. PUP. POLLIONIS

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LUCIO PAPIO FIGLIO DI LUCIO E POLLIONE DUOVIRI PERLA TERZA VOLTA.
LUCIO PAPIO FIGLIO DI LUCIO DI ORIGINE FALERNA (TESTATORE): VINO (mescolato con miele) E CIAMBELLE AI COLONI SINUESSANI E CEDICIANESI; A TUTTI UNO SPETTACOLO GLADIATORIO, UNA CENA AI COLONI SINUESSANI, E AI PAPIESI IL MONUMENTO DI 12.000 SESTERZI COME DA TESTAMENTO, DEL QUALE NOMINA ESECUTORI LUCIO NOVERCINO FIGLIO DI LUCIO E PUPINIO POLLIONE 

sabato 25 maggio 2024

Luigi Vanvitelli a Mondragone



 

A distanza di circa 270 anni, Luigi Vanvitelli è di nuovo a Mondragone e questa volta non nelle rinomate cave di marmo che lo videro protagonista insieme ai più abili cavatori dell'epoca, bensì nel Palazzo Ducale  che nelle linee essenziali ricorda la sua architettura. 

Luigi Vanvitelli ritorna a Mondragone con una Mostra itinerante in occasione del 250° anniversario della sua morte organizzata dalla Pro Loco di Mondragone, dalla Pro Loco Rocca del Drago e dal Comitato Provinciale UNPLI APS di Caserta che permetterà ai visitatori di approfondire ed ammirare l'architettura e l'arte di un grande maestro del Rococo, attraverso un percorso espositivo che ne racconta la vita e le opere: dalla Reggia di Caserta alla Casina del Fusaro, dall'Acquedotto carolino alla Chiesa di san Francesco da Paola in Napoli, tanto per citarne solo alcune.

La Mostra rappresenta anche l'occasione per ricordare che Luigi Vanvitelli fin dal 1754, impegnato nella costruzione della Reggia di Caserta, era solito visitare insieme con l’abate Vaccarini, altro grande architetto palermitano, le cave di S. Mauro e di San Sebastiano in Mondragone, dove lavorò uno dei più bravi cavatori dell'epoca, Burrino Benedetto Belli, originario di Urbino, che aveva vinto l’appalto dello “scavo e taglio” delle pietre  il 26 luglio 1761 «da terminare quando piacerà al suddetto regio architetto». Successivamente nel 1767 lo stesso Benedetto Belli ebbe l’appalto per sbozzare le colonne della Cappella Palatina della Reggia che furono estratte in marmo giallo dalle cave di Mondragone.

In una lettera manoscritta del 14 agosto 1767, diretta a S. E. Neroni Intendente Generale dei Reali Stati di Caserta, l'architetto Luigi Vanvitelli così si esprime circa la valenza tecnica del Belli: 
Rispetto alla cava di Mondragone un certo Corsi di Carrara, che travagliò per il Can.co Avellino, l’anno passato voleva esibire a prezzo minor dei Burrini la cavatura; ma avendoli io detto che li pezzi grossi che cavò al Canonico Avellino erano belli in apparenza, inutili però in sostanza, perché tutti fessi e pelati, a cagione che aveva adoperato le mine con la polvere; ed all’opposto li Burrini adoperavano il sugo della braccia, e perciò riescano i pezzi saldi e sinceri, secondo mi occorre singolarmente per le colonne della Cappella se ne partì a capo chino, benché spinto dal fiscale. 
Manoscritti di Luigi Vanvitelli nell'Archivio della Reggia di Caserta 1752-1773, a cura di Antonio Gianfrotta, 2000. 










 


 

 Così scriveva, quasi un secolo fa, esattamente nel 1927, Biagio Greco nella sua Storia di Mondragone:

Sono state rinomatissime le cave di marmi, che costituirono e sono tuttora il decoro e lo splendore della Reggia di Caserta e di Napoli e della chiesa di San Francesco da Paola coll’imponente porticato.Ora, per accidia dei dirigenti, le cave di San Mauro e di San Sebastiano sono quasi del tutto abbandonate. E' deplorevole che un cespite cosi cospicuo, resti improduttivo.
e poi, di seguito, descriveva le caratteristiche dei marmi estratti dalle colline di Mondragone che nel corso dei secoli avevano vissuto momenti di grande splendore. 

venerdì 3 maggio 2024

Sessa Aurunca. Ponte Ronaco






Sessa Aurunca. Ponte Ronaco


Ponte degli Aurunci, o ponte Ronaco, collega la città di Sessa Aurunca, fondata nel secolo VIII a.C., e la Via Appia costruita dai Romani, edificato intorno al II secolo d.C., è composto da 21 arcate a pieno centro, in laterizio e reticolato, con pilastri in opera incerta intersecata da mattoni, e ancora oggi conserva la pavimentazione in basoli di epoca traianea. 

In quei tempi, l’orografia della zona richiese una notevole soluzione ingegneristica, capace di superare l’ampio vallone percorso dal Rio Travata. Durante il corso degli anni sono stati molteplici i ritrovamenti tombali risalenti anche all’epoca pre-romana, andati distrutti o inglobati in moderne strutture.




Sessa Aurunca. Ponte Ronaco



Così ne parlava, nel 1939, Giuseppe marchese di Pietracatella Ceva Grimaldi nella sua opera Considerazioni sulle pubbliche opere della Sicilia di quà dal faro dai Normanni fino ai nostri tempi


Proseguendo il viaggio si arriva al Garigliano, sulla quale passava la via Appia sopra nobil ponte. Il nostro Liri, che secondo Giustiniani doveva passare per sotto Sessa Aurunca, dove ancora oggi fluisce dell’acqua, ha un magnifico ponte, intatto, chiamato Ponte-ronaco.

Esso ha ventuno arco, e non già 24, come dice il Pratilli. La lunghezza dal primo arco sino all’ultimo è di 650 palmi, oltre di 110 altri palmi di tenuta, o sia catasto ne’ suoi estremi. La larghezza poi è di soli palmi 21. La fabbrica è tutta vestita di mattoni, ognuno di palmi due e quarto di lunghezza. I pilastri sono di fabbrica reticolata, val quanto dire non gran tempo introdotti prima di Augusto, ed i loro pedamenti veggonsi già di fabbrica a getto eseguita nelle casse, per cui non può non dubitarsi di essere stata l’opera eseguita in tempo che vi passava il fiume.  

 



Sessa Aurunca. Ponte Ronaco





Sessa Aurunca. Ponte Ronaco

E più recentemente, 

Francesco Pistilli, Recensione a "La struttura antica del territorio di Sessa Aurunca. Il ponte Ronaco e le vie per Suessa", in Archivio Storico di Terra di Lavoro, vol XII - anno 1990-1991, Caserta 1992


Esempio notevole nell’articolata tipologia delle opere pontiere romane, il ponte-viadotto sessano, presumibilmente costruito alla fine del I secolo d.C. o nei primi anni del II secolo, presenta una imponente successione di ben 21 arcate per una lunghezza di circa 176 metri e 6 di larghezza, che non trova riscontro in altre opere coeve ancora in situ né in Campania, né in Italia. La continuità d’uso attraverso i secoli ha determinato molto probabilmente la sua conservazione, agevolata dalla solida struttura muraria e dall’assunzione di funzioni nuove , con i conseguenti adeguamenti alle mutate condizioni dell’area non più idonea ai grandi traffici viari dopo la crisi dell’impero romano e le trasformazioni naturali del sito.




Sessa Aurunca. Ponte Ronaco


Nel corso dei secoli molte arcate sono state tamponate per formare abitazioni, stalle e fienili, ma ciò nonostante, il ponte si presenta, malgrado il tempo e l’incuria dell’uomo, in discrete condizioni di conservazione.


A partire dai primi anni del 2000, sono stati avviati importanti lavori di restauro del ponte da parte della Soprintendenza Archeologica, lavori che purtroppo hanno incontrato parecchi ostacoli e vicissitudini. 




Sessa Aurunca. Ponte Ronaco

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mercoledì 1 maggio 2024

CAPUA: un Museo diffuso. Le steli funerarie


Capua: Museo diffuso. Stele funeraria


A poche città in Italia è capitato, come a Capua di conservare in altra sede il nome antico, di perpetuare con tutt'altra storia, sotto tutte altre stirpi la grandezza e la fama godute nell'età antica e di dimenticare, per certi versi, se non come fonte di approvvigionamento dei materiali da costruzione per la città nuova, il sito di quella precedente.

 


Capua: Museo diffuso. Stele funeraria dei Vettii



E se S. Maria Capua Vetere conserva nel suo sottosuolo la maggior parte delle vestigia del passato in brani a volte di difficile lettura, ma anche in quantità e qualità tali da potersi dotare di un Museo suo proprio dopo avere nel secolo scorso provveduto ad arricchire le maggiori raccolte europee ed americane. Capua è un Museo nelle strade, nei cortili, nei palazzi che riutilizzano edicole, epigrafi, statue e frammenti. Salvaguardare quei "pezzi di spoglio" è certamente proseguire nella volontà dei capuani che, costretti ad abbandonare il luogo delle loro origini, vollero portare con sé norme, costumi, leggi e, quando potettero, anche monumenti.

 Stefano de Caro, Musei e archeologia del territorio tra le due Capua 
in Capua Centro Storico vitale dall'Antichità all'Età moderna, 1995





Capua: Museo diffuso. Stele funeraria




Capua: Museo diffuso. Stele funeraria




Capua: Museo diffuso. Stele funeraria




Capua: Museo diffuso. Stele funeraria




Capua: Museo diffuso. Stele funeraria


...
non vi è strada, non vi è angolo che non si presenti fregiato di una testimonianza della sua passata grandezza.
Ad ogni volgere d'occhio vi si incontrano busti di divinità, sculture, fregi, quasi come se fosse Capua stessa un vero Museo.
Questo patrimonio di storia, di cultura, di arte, va oggi difeso dall'indifferenza verso il passato, perché nessuno dimentichi che ogni pietra, ogni affresco, ogni monumento reca impressi, indelebili, i valori dell'umanità.

Salvatore De Rosa, già Sindaco di Capua 



sabato 20 aprile 2024

Museo della Civiltà contadina - Borgo di Catailli, Conca della Campania






Nulla di meglio al mondo dei selvaggi, 
dei contadini e della gente di provincia, 
per studiarne a fondo e in ogni senso
costumi e abitudini.

H. de Balzac 






Museo della Civiltà contadina



Il Museo nasce nel 2017 da un'idea del Presidente della odierna "Associazione Museo della Civiltà contadina" presso il Borgo di Catailli di Conca della Campania, un Museo per non dimenticare l'antica civiltà contadina, il tempo in cui si viveva a stretto contatto, e con il lavoro, della terra.

Circa un migliaio di reperti sono oggi conservati ed esposti nella casa di famiglia del fondatore, più precisamente nei pressi del grande porticato, in quella che un tempo era una grande stalla e nei locali adiacenti alla zona forno, dove ancora oggi si respira il profumo della fatica e l'essenza dell'amore con cui le donne dell'epoca si accingevano a preparare e cuocere il pane e tantissimi dolci.

Si possono ammirare gli ambienti, sapientemente ricostruiti, dei locali in cui avveniva la prima lavorazione dell'uva: grandi tini, botti, torchi, tinozze, pigiatrici, imbuti e tutti gli attrezzi necessari per questo tipo di lavorazione.



Museo della Civiltà contadina


Si può ammirare e visitare la ormai famosa e stravisitata "Casa del contadino", un vero e proprio fermo-immagine di vita vissuta in povertà, con tanta umiltà e semplicità, ma piena di valori. Un'ambientazione ferma agli inizi della seconda metà del secolo scorso: si possono ammirare l'umile cucina, la grande dispensa e la camera da letto, il tutto corredato da oggetti della vita quotidiana dell'epoca.



Museo della Civiltà contadina



Museo della Civiltà contadina


Nel Museo è possibile vedere quegli strumenti che hanno scandito i tempi della vita quotidiana dei nostri antenati, dall'aratura alla semina, dalla raccolta alla conservazione, gli strumenti utilizzati per il lavoro nei campi, ma anche gli utensili della vita quotidiana. Si spazia dagli aratri in ferro e legno, ai gioghi per buoi e mucche; madie per la lavorazione del pane e ceste in vimini; oggetti in rame, anfore, orci e vasi antichi; le prime macchine per cucire, ferri da stiro ed utensili per calzolai, falegnami e fabbri.

Si possono ammirare macchine agricole a funzionalità manuale come snocciolatrici e sgranatrici per il mais; una antica pressa per paglia e fieno, arcolai e cardalana.

Un vero e proprio "viaggio nel tempo e nelle nostre radici", amabili resti di una civiltà ormai in via di estinzione, un contributo alla crescita culturale e sociale del Territorio finalizzato all'educazione ed alla conoscenza dei giovani.

Un Museo che è una vera e propria "Teca della Memoria", un racconto demo-etno-antropologico della vita contadina fino all'immediato dopoguerra con ritmi, tempi ed economie legate ai cicli naturali della vita.



Museo della Civiltà contadina




Museo della Civiltà contadina




Museo della Civiltà contadina





Museo della Civiltà contadina





Museo della Civiltà contadina