La conoscenza di un territorio e dei suoi valori identitari costituisce non solo il fondamento di un sentimento di appartenenza per le comunità che vi risiedono, ma anche il presupposto per un reale apprezzamento e per una consapevolezza del valore, collettivo e individuale al tempo stesso, del patrimonio culturale locale, oltre che una condizione essenziale per la sua tutela e per la sua rinascita economica e sociale.

Knowing a country and its identity values is both the basis for a sense of belonging for local communities and the prerequisite for an appreciation and a true understanding of the single and collective importance of the cultural and territorial heritage. It is, moreover, the necessary condition to promote its protection and economic and social revival.

martedì 28 febbraio 2012

I Martiri Casto e Secondino: storia e culto

Sessa Aurunca. Catacombe dei Santi Casto e Secondino
Questo studio nasce dal desiderio di conoscere più a fondo le vicende dei due vescovi martirizzati a Sinuessa nel 292, Casto e Secondino, gloria e forza della diocesi di Sessa Aurunca.
Primitivamente essi furono scelti quali patroni del territorio aurunco, ma gIi eventi, purtroppo, li vollero lontani dal popolo sessano per ben 1015 anni, facendo diminuire l’interesse per le loro vicende e per quanta custodiva la loro memoria.
Cosi sono andate perdute molte prove delle loro esistenza e del loro martirio; poco resta della basilichetta di S. Casto e dell’intera area catacombale. Esse, pur essendo artisticamente e culturalmente notevoli, furono abbandonate all’erosione del tempo e alla vandalica azione dell’uomo.
Poche le fonti storiche riguardanti i due martiri. Di essi hanno scritto alcuni storici locali: Mons. Francesco Granata, il De Masi, Mons. Giovanni Maria Diamare, Lucio Sacco ed altri.
Opera più recente è l’opuscolo di Mons. Francesco Borrelli scritto in occasione del ritorno a Sessa Aurunca delle reliquie dei due Santi già asportate e conservate nella cattedrale di Gaeta per 1015 anni.

LA STORIA

1.1. Presenza Petrina in Sessa e Sinuessa
Sessa e Sinuessa, citta consorelle, come le definisce il Tommasino nella sua opera Aurunci Patres, erano situate sull’Appia, regina viarum, e collegate tra loro da una fitta rete di vie principali e secondarie che attraversavano vari villaggi, tra cui gli odierni Piedimonte di Sessa, Cellole e Carano.
Esse, citta molto fiorenti e conosciute nell’Impero, erano prospicienti l’Appia e la Domiziana, passaggi obbligati per chi da Pozzuoli si recava a Roma.
Infatti:
“partendo dal punto occidentale di PozzuoIi, (la strada) seguiva il lido del mare, lasciava i laghi Lucrino ed Averno a sinistra, per l’Arco Felice scendeva nella pianura di Cuma a sinistra, si rimetteva sulla spiaggia avendo a manco la selva gallinaro (pineta), e a dritta il monte Massico; passava il Volturno presso la foce su di un ponte e, pervenuta a Rocca di Mondragone, correva a congiungersi con la medesima Appia a Sessa, la Quale seconda traversa fu poi detta Domiziana, perché rifatta da Domitiano, come è presso Stazio ed altri scrittori di quel tempo, e come denunziava ai viandanti l’iscrizione posta sull’ Arco Felice”.

II Pratilli, che descrive in “Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Napoli, 1745”  la strada partendo da Roma, afferma:

“Cominciava dunque la via Domiziana da Sinuessa allato al mare, come si scorge anche di presente dagli sparsi, e sepolti avanzi, e terminava in Pozzuoli; dopo aver passato per tre ponti, prima il fiumicello Saone, indi il Volturno, e finalmente il Clanio, presso Literno”.
E più avanti:
“Si dipartiva la Via Domiziana dall’Appia poco lontano dalla punta  del Monte Massico, dove è al presente la Rocca di Mondragone: nel qual luogo l’Appia torcendo alquanto a sinistra, conduceva per diritto cammino in Casilino, ove è la nuova Capua; e la Domiziana piegando a destra verso il mare prende il suo sentiero verso il fiumicello Saone”.

Dal Pratilli sappiamo, inoltre, che l’Appia passava per Minturno e che attraversava il Campo Vescino che si estendeva dal mare fino alle falde del Monte Massico e a Sinuessa, comprendendo dunque, l’odierno demanio della citta di Sessa.
Quindi, niente di più facile che gli Apostoli, provenienti dall’Oriente, nel recarsi a Roma, siano passati per le nostre contrade, evangelizzando e fondando chiese.
Lo stesso Scherillo, Della venuta di S. Pietro apostolo nella città di Napoli nella Campania, Napoli, 1859, dice:
“Che S. Pietro in una delle volte che venne dall’Oriente in Roma, facesse la via Appia da Brindisi a Roma, e fuori di dubbio”.
Più avanti:
“Le Chiese che voglionsi fondate da S. Pietro sono appunto nella Campania e nella Puglia, dove Brindisi era uno dei consueti approdi di coloro che, come S. Pietro, venivano dall’Oriente; e sull’Appia, che era la via che da Brindisi  menava a Roma dove egli si dirigeva”.

Ancora afferma:
"Pietro stando a Romane usciva, come appreso da S. Epifanio, per l’esercizio del suo apostolato. Che alcune delle sue corse avesse a scopo l’Italia Cistiberina, si raccoglie dalla vita greca dell’Apostolo riportata dai Bollandisti, ove si dice che di Roma andò a stabilire primo vescovo di Terracina S. Epafrodito discepolo degli Apostoli, che dal beato apostolo Pietro fu ordinato vescovo di quella città.Da ciò possiamo far ragione agli scrittori che lo conducono a predicare poco più giù anche a Sinuessa ed a Minturna, città ora distrutte”.

OItre allo Scherillo, altri storici attestano la presenza del Principe degli Apostoli in queste nostre contrade, Giuseppe Carbone, afferma:
“ ... Dum Petrus ex Antiochia per Campaniam Romam petiit in quo itinere ut habetur ex monumentis plurium scriptorum, caeteris quoque Campaniae civitatibus ilIo tempore famosis, Pastores et Episcopos posuit”.

Anche monumenti storici concorrono a convalidare la veridicità di tale affermazione: il Duomo di Sessa con i rilievi delle gesta di S. Pietro nell’arco principale del Vestibolo come ricorda il Diamare Memorie critico storiche della Chiesa di Sessa Aurunca, Napoli, 1906, “fu innalzato appunto in onore del Principe degli Apostoli, Pietro”.
OItre questa testimonianza risalente al XII secolo, il Diamare ricorda ancora che nel 1860 fu rinvenuta una lapide presso il fiume Garigliano che, scritta in caratteri antichi romani, testimonia la presenza in quel luogo di un tempio dedicato a Giove, poi convertito in Chiesa cristiana dedicata a S. Pietro.
Anche da ricordare il ciclo pittorico presente nella chiesa di S. Marco a Cellole, senz’altro dedicato a S. Pietro.
Dei monumenti non esistenti, molti sicuramente erano dedicati al Principe degli Apostoli: l’antichissima chiesa di S. Maria a Valogno, l’antica Cattedrale di Sessa, una chiesa situata nella zona di Centore, nonché le attuali parrocchie di Falciano e Casanova dedicate, appunto a S.Pietro.
Tutte queste sono testimonianze che dimostrano come il culto di S. Pietro fosse radicato in più zone della mostra diocesi.
E poiché il culto di un santo nasce soprattutto dove questi ha operato, si può concludere, sulla scorta delle prove addotte e della bimillenaria tradizione che l’annuncio delle fede nelle città di Sessa e Sinuessa fu portato dal Principe degli Apostoli: Pietro.

1.2. Casto, primo vescovo di Sessa
 Il primo pastore della Chiesa sessana, di cui abbiamo notizia, fu S. Casto.
Sicuramente Casto, vissuto nel III secolo d.C., non fu il primo vescovo di questa Chiesa.
Il Grana, nel suo Ragguaglio storico della città di Sessa, afferma che dalle sue ricerche fatte nell’Archivio del Duomo, nella Cronica Cassinese, nell’Italia Sacra dell’Ughelli e nelle Storie della medesima citta di Sessa, risulta che primo vescovo di Sessa fu S. Simisio, consacrato dal Principe degli Apostoli e martirizzato nella persecuzione di Nerone.
Dopo di questo, i documenti succitati pongono S. Casto, cittadino sessano, vescovo e martire, patrono meno principaIe della città, la cui festa era celebrata il 22 maggio.
II Diamare asserisce, però, che contrariamente a quanto dice Mons. Granata, suo predecessore, e Lucio Sacco, S. Simisio non fu inviato da S. Pietro a reggere la Chiesa di Sessa, bensì quella di Soisson in Francia, per cui i suddetti autori avevano finito col confondere, insieme ad altri ed allo stesso Ughelli, il nome delle due diocesi.
E’ questa un’affermazione che apporta vantaggio alla tesi che vuole il primo Vescovo di Sessa ordinato da S. Pietro.
E’ impossibile avere notizia certa di predecessori di S. Casto, poiché Ie persecuzioni erano violente e i primi cristiani ben si guardavano dallo scrivere registri o documenti riportanti nomi o atti.
Primo vescovo di cui danno notizia accreditati scrittori fu Casto, cittadino sessano, martirizzato a Sinuessa nel 292 dal preside Curco, insieme a S. Secondino, vescovo di Sinuessa, Aristone, Crescenza, Eutichiano, Urbano, Vitale, Giusto, Felicissimo, Felice, Marta e Sinforosa.
Secondo il Diamare ciò è attestato nella Storia del De Masi e del Baronio.
Moltre Ie controversie riguardo la reale presenza di questo vescovo nella nostra Chiesa: Calvi e Trivento nel Molise, come Sessa, vantano come loro primo vescovo S. Casto.
Inoltre il corpo di S. Casto e venerato nelle Chiese di Capua, il 22 maggio, di Benevento il 6 maggio ed il 22 ottobre ad Acquaviva, Calvi, Sora e Troia di Apulia.
I Bollandisti sostengono che il culto di S. Casto si diffuse in più zone della Campania e che non ci sono prove dimostranti il martirio del Santo in questa regione, per cui tutte le reliquie, che in più posti si venerano, apparterrebbero ad un solo S. Casto, il cui corpo ci pervenne dall’Africa durante la persecuzione dei Vandali.
Per sostenere questa tesi, come ricorda la Mazzeo, i Bollandisti si rifacevano a varie testimonianze storiche riguardanti un Cassio, vescovo di Cedias, e un Secondino, vescovo di Macomedes, sacrificati insieme ad un altro martire e celebrati tutti da Cipriano ed Agostino e ricordati nel calendario cartaginese del VI secolo.
Ma a smentire questa tesi concorrono alcuni dati certi:
1 - la Biblioteca Sanctorum, che pure confonde S. Casto di Sessa con quello di Calvi, ci dimostra che i nostri Casto e Secondino erano autoctoni, distinguendoli da altre due coppie di Martiri: Casto ed Emilio, ricordati da Cipriano nel De Lapsis, anch’essi vittime della grande persecuzione di Decio in Africa, e Casto e Cassio venerati in Campania e nel Lazio; nelle leggende che narrano dell’arrivo dei vescovi africani nelle nostre zone non si fa mai menzione di S. Casto;
3 - è impossibile confondere S. Casto di Sessa con S. Casto di Calvi, in quanto del primo si dice che fosse cittadino sessano martirizzato nel 292 sotto Diocleziano con S. Secondino a Sinuessa, mentre del secondo si dice che fosse cittadino e vescovo di Calvi, martirizzato non sotto Diocleziano, ma sotto Nerone con S. Cassio, anch’egli di Sinuessa.
Quindi, attenendoci alle più antiche tradizioni, possiamo affermare che S. Casto fu veramente vescovo di Sessa.
A riprova di ciò abbiamo la zona catacombale su cui sorse la Chiesa di S. Casto, che custodiva oltre al corpo di S. Casto anche quello di S. Secondino.
Per quanto riguarda S. Casto, non si può pensare che un martire di importazione, abbia potuto lasciare tracce cosi profonde nella devozione popolare.

1.3. Secondino, Vescovo di Sinuessa
Molto più difficile è avere notizie riguardanti S. Secondino, per il fatto che la città di cui era vescovo, Sinuessa, andò del tutto distrutta, e con essa ogni tipo di documento.
Da fonti illustri, sappiamo che Sinuessa, la greca Sinope, fu una citta molto fiorente e assai conosciuta per la fertilità del suo suolo e per le sue acque termali.
Anch’essa, al pari di Sessa, ricevette la fede da Pietro che qui consacrò il primo vescovo, Cassio, martirizzato poi, sotto Nerone insieme a S. Casto di Calvi.
Tra i successori di Cassio è annoverato solo S. Secondino, martirizzato con S. Casto ed altri, nel 292, dal preside Curco (0 Curvo), nella stessa Sinuessa e poi, sepolto a Sessa, in un luogo chiamato Suti, insieme a S. Casto presso le catacombe nella omonima Chiesa.
A testimoniare la storicità dell’esistenza di S. Secondino valgono le fonti già addotte riguardo a S. Casto, di cui è sempre menzionato come compagno, e la tradizione vivente nel popolo sessano.
Anche gli Atti del processo sebbene molto posteriori e certamente rimaneggiati, parlano chiaramente di S. Casto e S. Secondino, imprigionati insieme, insieme operanti miracoli e infine insieme martirizzati.
Inoltre, il sarcofago ritrovato nella Chiesa di S. Casto a Sessa riportava la seguente chiara iscrizione:
Corpora S. S. Martyrum Casti civis et E. pi
Suessani et Secundini E. pi
Sinuessani heic requiscunt
in Domino
ed è tradizione che in questo sarcofago, formato da due urne, riposassero appunto i corpi di S. Casto e di S. Secondino.
Si aggiunga a ciò che il popolo sessano ha sempre unito nel culto questi due vescovi le cui reliquie si continuano tutt’oggi a venerare nella chiesa ad essi dedicata presso il nuovo Seminario di Sessa Aurunca.
A rafforzare la storicità di queste notizie, comuni tra l’altro a tutti gli storici che hanno trattato questo argomento, e una lapide collocata, come ricorda il Menna nel suo Saggio Storico della città di Carinola, nel vescovado edificato in Carinola da S. Bernardo, nel 1100 circa.
Egli cosi si esprime: ‘Si entra dunque nel suddetto Atrio salendo due gradi di marmo (... ) e su uno dei detti gradi di marmo pervenuti da Sinuessa esistono incise due iscrizioni, che riguardo il Martirio dei due vescovi di detta Sinuessa per nome Cassio e Secondino, e martirizzati, il primo nella persecuzione di Nerone, al riferir di M. Monaco, ed il secondo nella persecuzione di Diocleziano verso il III secolo di Cristo, come riferisce il Baronio in Martirol. Kal. lunii, e le iscrizioni da noi trascritte sono le seguenti
OSSA. MARTYRIS. CASSII EPISCOPI.
SINUESSANI HIC IN PACE
QUIESCUNT
CORPUS.  MARTYRIS. SECUNDINI
EPISCOPI. SINUESSANI. HEIC.
REQUIESCIT. IN. DOMINO
Sorge, dunque, spontaneo chiedersi perché S. Bernardo abbia voluto queste due lapidi per la costruzione del suo vescovado: certamente non le ha scelte per la pregiatezza del marmo, bensì perché recanti testimonianze tanto evidenti di due dei più illustri pastori che guidarono la primitiva Chiesa sorella di Sinuessa, confinante con quella di Carinola.

IL CULTO

2.1. II sarcofago dei Santi Casto e Secondino
Circa le testimonianze monumentali - cultuali che attestano l’esistenza e il martirio dei Santi Casto e Secondino, oltre che dal Diamare e dai vari storici locali, abbiamo notizie qualificate e dettagliate sia dal Prof. Cosimo Stornaiolo, Sarcofago nella Basilichetta dei S.S. Casto e Secondino in Sessa Aurunca, in Solenne Praeconium Januario Asprenati Galante ab amicis quiquagesimo recurrente anno ad initio eius sacerdotio, Tributum, Napoli, 1920, che dalla Prof.ssa Felicia Mazzeo, Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca, in Fede e Cultura n. 1, Sessa Aurunca, 1990, che ci fornisce una dettagliata ed ampia descrizione dell’intero antico complesso cimiteriale di Sessa Aurunca, conosciuto col nome di ‘Catacombe di S. Casto’.
Dal codice riguardante il processo dei Martiri Casto e Secondino, pubblicato dal Borrelli nel suo opuscolo, si apprende che i due vescovi, dopo il martirio furono seppelliti in un luogo chiamato ‘Suti’ presso il quale la popolazione li venera a lungo, fino a quando, i loro corpi non furono trasportati a Gaeta nella seconda meta del X secolo, ai tempi di Pandolfo Capodiferro, principe di Capua.
Detta località, come dice la Mazzeo, e ancora oggi denominata nelle carte catastali, ‘campo di S. Casto’ o ‘Campo dei Morti’.
Non c’è dubbio che in questa zona collinare, a nord-est di Sessa, vi sia stato un cimitero paleocristiano, riconosciuto dallo Stornaiolo per le evidenti gallerie, loculi infranti e soprattutto per un piccolo oratorio, posto dietro le gallerie, le cui pareti mostravano affreschi con l’immagine del Redentore e dei Santi.
Tale sito, dovette perdere il suo aspetto cimiteriale quando, nel 1590, fu donato ai frati Carmelitani che vi edificarono il loro convento, con la Chiesa del Carmine.
Questi monaci che si trovarono ad occupare tutta la zona catacombale, ne utilizzarono i resti secondo le loro esigenze, e gli ambulacri ed i cubicoli furono utilizzati come cantine.
II Diamare ci ricorda ancora che i preti del clero di Sant’Eustacchio fecero distruggere le urne, scoperchiare il tetto e murare ogni apertura, per evitare quella vecchia tradizione popolare secondo la quale i bambini fatti sedere sul sarcofago guarivano dal mal di ventre, cosa da essi considerata sacrilega.
Questi luoghi restarono nel più completo abbandono, fino a quando, il vescovo Diamare, non invia delle fotografie ad Orvieto, nel 1897, e a Torino, nel 1901, invitando lo Stornaiolo che, nel suo articolo fa una dettagliata descrizione del sarcofago o meglio, come egli stesso dice, di una parte di esso, in quanto l’altra era ancora incassata nel muro.
Attualmente una parte di tale sarcofago, precisamente i tre quarti, come afferma la Mazzeo, e andata completamente perduta.
In seguito, la parte restante fu trasportata,   per volere del vescovo Costantini, prima nella Cattedrale e successivamente, nel 1973, nella Chiesa di S. Casto e S. Secondino, presso il nuovo seminario, nelle vicinanze delle catacombe.
Lo Stornaiolo afferma che, sebbene il sarcofago non presenti alcun segno della fede cristiana, si può considerare cristiano per il luogo del suo ritrovamento, e perché contenente, senza dubbio, le ossa di S. Casto vescovo e martire.
Esso è ad altorilievo e a sinistra presenta un genio alato seminudo con le braccia alzate, particolare, questo, che si può ancora parzialmente vedere nel rimanente frammento che fa da base all’altare del Santuario di S. Casto e S. Secondino.
Lo Stornaiolo ipotizza che a destra doveva esservi di sicuro, un altro genio simile ma in diverso atteggiamento a cui piedi erano accovacciati un cane e un vitello.
Egli stesso conclude che, più che di due geni lottatori doveva trattarsi di una scena campestre in cui i geni portavano, ad indicare le stagioni, corone e cesti di fiori o frutta e data lo stesso alla fine del III secolo d.C., epoca artistica di transizione, in quanto dibattuta fra le rappresentazioni pagane di sarcofaghi e quelle più tarde che si ispireranno ai temi biblici.
Lo Stornaiolo conclude che, lavorando nelle stesse officine, pagani e cristiani erano propensi spesso a scegliere rappresentazioni tombali tipiche, ma comunque suscitatrici di più sentimenti.
II Diamare, invece, sostiene che il sarcofago poteva anche essere una parte di qualunque mausoleo dell’antica Sessa, che, rimosso, fu successivamente adoperato per custodire i corpi dei due martiri.
Dal punto di vista artistico esso ha un modesto valore, ma è da mettere in evidenza che fu imitato dalla maggior parte dei marmorari del XIII secolo e scelto dallo scuoltore Peregrino nel bassorilievo dell’ambone del Duomo di Sessa Aurunca, anch’esso dei XIII secolo.
Al centro del sarcofago, poi, si nota un tipico medaglione: è opinabile il sarcofago fosse stato preparato per due sposi che volevano riposare uniti, nel sonno della morte. In effetti, in esso furono composti proprio i due corpi dei Santi Martiri, per evidenti esigenze cultuali.

Sessa Aurunca. Catacombe dei Santi Casto e Secondino
2.2. Le Catacombe
L’intero attuale complesso cimiteriale estato accuratamente studiato dalla Mazzeo, che, nell’articolo succitato, da un’esauriente descrizione dei resti delle Catacombe di S. Casto e S. Secondino.
II vescovo Diamare parla di una basilichetta di cui restava l’abside e dalla quale si accedeva ai piani sotterranei che, creduti delle gallerie abbandonate, si rilevarono, poi, delle Catacombe che, per la loro struttura, vennero avvicinate a quelle di S. Valentino a Roma, e definite ‘una bella riproduzione’ di quelle.
La Mazzeo, partendo dal testo citato del Diamare, non descrive questi luoghi, ma precisa che il complesso sopraterra si presenta come un ambiente di forma irregolare con pianta più o meno quadrata che, chiaramente dimostra l’esistenza di precedenti costruzioni che oggi si possono solo immaginare o ricostruire dai resti, poiché andate quasi interamente distrutte.
Le fonti dicono che il sarcofago si trovava in un ambiente sotto il pavimento, cui si accedeva, come nelle altre catacombe, per mezzo di cinque gradini di pietra; il che, osserva la Mazzeo, fa pensare che questo fosse un Martyrium.
Del nicchione, in cui furono certamente scavate delle tombe, ci resta solo il lato sinistro in cui è presente una struttura che permetteva la sepoltura a piani sovrapposti, in quanto ad un primo piano costituito da tegoloni ne seguiva un altro contenente delle ossa, per far si che i fedeli fossero sepolti accanto alla tomba dei Martiri.
La parte di fondo presenta all’estrema destra un nicchione ornamentale, successivamente murato; sul lato destro della ghiera una nicchietta, ed al centro una nicchietta rettangolare a cielo aperto.
Attualmente si accede aile catacombe dall’estremo angolo sinistro, per mezzo di una rottura di pareti.
Nel nicchione, dalla pianta ottagonale, si aprono sei picco Ie absidi sovrastate, nella parte superiore, da una piu grande che, a sua volta, sovra- sta la parte sotterra che esegnata da lunghi cunicoIi in cui si rinvengono ancora loculi successivamente tagliati per ampIiare i cunicoli stessi.
Alia destra del cunicolo una porta sicuramente metteva in comunicazione questo ambiente e quello della ‘memoria’.
II cunicolo, dopo un arco, apre in una cripta coperta a botte dalla quale continua il cunicolo principale e se ne apre uno secondario, in cui si possono osservare tombe a semicappuccina.
La ricognizione completa della zona fa scoprire anche nuovi cunicoli e nuovi ambienti che dimostrano come tutta la collina di S. Casto fosse stata trasformata in catacombe.
A conforto di tale tesi, si ricorda che nel 1972 furono rinvenute altre tombe a semicappuccina fittile che testimoniano ‘in loco’ la presenza di un cimitero sopraterra di cui parla anche lo Stornaiolo.
L’insieme monumentale, anche se abbandonato e sconosciuto ai più, ha importanza perché è una delle pochissime testimonianze della chiesa primitiva locale e dell’antica fede delle genti aurunche.
Inoltre, l’intero complesso, che si può datare al massimo tra il IV e il V secolo dell’ era cristiana, e rimasto intatto nella sua struttura, in quanto la distruzione di Sinuessa in epoca tardo-romana e la decadenza della stessa Sessa impedirono che esso fosse inglobato in una basilica o altro monumento cristiano, come è avvenuto per altri edifici catacombali.

2.3. Eventi storici delle reliquie
In riferimento alle reliquie dei martiri Casto e Secondino, il Diamare riporta un’antica leggenda assai nota presso il popolo sessano. Essa racconta che, essendo la basilichetta di S. Casto visibile fino a Gaeta, gli abitanti di questa citta spesso vedevano uscirne delle fiamme.
Spinti da questa visione, alcuni di essi di nascosto vennero a Sessa e rubarono i corpi di S. Casto e S. Secondino.
II De Masi, che descrive il sarcofago contenente i corpi dei due Santi e ne riporta l’iscrizione, ne attesta la presenza nella basilichetta .
Ma a parte la leggenda, una sorta di ‘rapina’ da parte dei cittadini di Gaeta è anche   attestata storicamente.
Lo stesso De Masi, come riporta il Diamare, dice che i corpi dei due Martiri, dopo che riposarono a lungo nella basilichetta di S. Casto ‘neIl’anno 966, come dice il Capaccio, secondo il computo del Baronio, nel 967, oppure, come vuole Michele Monaco, nell’anno 969, ritrovandosi in Capua il Papa Giovanni XIII e Pandolfo, Principe dei Longobardi, furono trasportati in Gaeta ad istanza di Landone, duca di quella citta, co’ corpi de’ Santi Cassio e Casto, l’uno Vescovo di Sinuessa, l’altro di Calvi, i quali al riferire di Cerbone, costituiti vescovi da S. Pietro, furono martirizzati nella prima persecuzione mossa dall’imperatore Nerone, e riposavano in Calvi.
E cosi riposti vennero questi sacri pegni nel succorpo della Cattedrale di Gaeta insieme a quello di Sant’Erasmo, Vescovo e Martire, dal riferito Sommo Pontefice che vi intervenne’.
II Diamare, perciò, conclude che se già nel 969 il principe dei Longobardi volle le spoglie dei due Santi nella Cattedrale di Gaeta, ciò vuol dire che già allora si stimavano moltissimo le sacre spoglie custodite dai Sessani.
Inoltre, anche il Prof. Luigi lzzo nel suo articolo S. Casto e S. Secondino a Sessa, contenuto nell’opuscolo del Borrelli, ricorda che nel libro Degli antichi Duchi e Consoli Ipati della città di Gaeta, Giovanni Battista Federici, monaco cassinese del 1791, scrive che nelle pergamene conservate a Montecassino si legge che nel 966 era duca di Gaeta Landone o Lando, che aderì alle richieste di Pandolfo I Capodiferro, Principe di Calvi, e concesse un braccio di S. Casto al vescovo di questa citta, Andrea, eletto, nel 944, proprio da Pandolfo.
In un primo tempo i corpi dei nostri Martiri furono riposti nell’altare a destra dell’altare maggiore della Cattedrale, e quando, verso la fine del XVI secolo, il vescovo di Gaeta Idelfonso Lassodegno, decise di costruire un succorpo per deporvi le reliquie dei Santi, gli altari laterali furono demoliti, e Ie sacre reliquie composte in una terza cassa, a parte, furono provvisoriamente poste in un altro luogo della Cattedrale 53.
II 9 aprile 1620, completati i lavori del succorpo, vi furono traslate le sacre reliquie e deposte sotto l’altare insieme a quelle di S. Europia e di altri Santi, dove tuttora si venerano.
In riferimento a tale avvenimento il Prof. Izzo scrive che ‘nell’archivio Capitolare di Gaeta, esiste una pergamena del 1720 di mm. 720x445, che ricorda tale solenne avvenimento essendovi il vescovo D’Ona, assistito da tutto il capitolo, seguito dai Giudici e dal popolo numeroso’.
I loro crani vennero, invece, venerati in diversi reliquiari, fino a quando, nel 1982, furono di nuovo riportati a Sessa Aurunca e restituiti alla venerazione del loro popolo.

prof.ssa Antonia Caputo


nata a Carinola (CE),
diplomata al Liceo Classico e successivamente all'Istituto Magistrale,
laurea in Lettere presso l'Università degli Studi di Cassino;
ha conseguito il Diploma in Scienze Religiose presso l'ISR "Fortunato de Santa" di Sessa Aurunca.
Docente di latino e materie letterarie nella scuola secondaria superiore, 
cura inoltre i contenuti web come copy writer presso amdweb (sito ufficiale amdweb.it)

Le foto a corredo dell'articolo sono di Mauro Riccio e sono state tratte da internet.

venerdì 24 febbraio 2012

Domenico Antonio Pistillo, pittore-scultore-poeta

Domenico Antonio Pistillo 
Autoritratto


Nell’estate del 2003, ero, all’epoca, presidente dell’Associazione Quartiere Mare, prendendo spunto da un articolo apparso su un giornale locale nel quale si metteva in risalto che ad un vecchio artista mondragonese, Domenico Antonio Pistillo, la Città di Mondragone non avesse mai dimostrato alcun segno tangibile di apprezzamento, decidemmo,  insieme a Pasquale Sorrentino, al prof. Ubaldo De Rosa, a Luigi Di Lorenzo di dedicargli una mostra en plen air, nella centralissima piazza Marechiaro.


Mondragone, piazza Marechiaro, anno 2003.


Domenico Pistillo era nato a Mondragone il 22 marzo 1913 e, ormai novantenne, viveva nella casa di riposo “Villa Serenitas” di Mondragone.
Nella sua lunga carriera artistica era stato pittore, scultore e poeta; attivo fino all’età di 87 anni aveva esposto le sue opere in molte località italiane, suscitando l’interessamento di molti critici.
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La Mostra antologica, un sincero riconoscimento di tutta la Città, proponeva una selezione di lavori dagli anni 60 fino alla fine degli anni 90, messi a disposizione dai familiari. 
Un’ampia panoramica sull’opera dell’anziano artista che delineava con pochi e significanti quadri, l’evolversi di una personalità dapprima quasi timorosa, accademica e riverente dei grandi maestri del passato, e poi, pian piano meglio definita con uno stile particolare ed originale.
Tutte le opere, scriveva Pasquale Sorrentino, curatore della Mostra, sono testimonianza di “una pittura che ha saputo catturare e immortalare, senza artifici, scorci di vita urbana e frammenti di quotidiano: il fiume Savone, il monte Petrino, i vicoli e le piazze, il mare”, ma anche testimonianza di persone e stati d’animo, che rivivono attraverso le sue tele e ci “parlano” al cuore come se emergessero da un incantato mondo fatto di antiche suggestioni.
Domenico Antonio Pistillo è l’artista che ha dato voce ai diseredati, agli emarginati, ai sofferenti, ne ha denunciato la condizione, restituendogli dignità.
La mostra volle essere, anche, un veicolo di trasmissione di valori e di identità della nostra gente e della nostra terra.
Alla chiusura della manifestazione il maestro, nonostante il caldo e l’afa che caratterizzarono quell'estate, volle essere presente per testimoniare tutta la sua riconoscenza.
Di li a poco ci avrebbe lasciati per sempre.

A distanza di circa 10 anni da quell'evento, saremmo felici se le opere del maestro Domenico Antonio Pistillo divenissero la prima pietra di una nascente Pinacoteca della città di Mondragone. 




Domenico Antonio Pistillo
 Il dolore indicibile


Domenico Antonio Pistillo
 L'emarginato


Domenico Antonio Pistillo
 La solitudine

Mondragone: alcuni cenni storici

PERIODO AUSONE (fino al III sec. a.C.)
Sinope, città fondata dai Greci, forse dai Pelasgi

PERIODO ROMANO (III sec. a.C. - V d.C.)
296 a.C. Occupazione di Sinope da parte dei Romani che ne mutano il nome in Sinuessa.
217 a.C. Saccheggio perpetrato da Maarbale comandante della cavalleria cartaginese.
175 a.C. Sinuessa, arricchita di un foro con portici, di un anfiteatro e di pubblici edifici ad opera del censore Fulvio Flacco diventa centro di villeggiatura dei patrizi romani. Richiamo per personaggi eminenti quali l'imperatore Claudio, Ofonio Tigellino, prefetto del pretorio di Nerone, il poeta Pomponio ed altri, sono le terme sinuessane celebri per le virtù terapeutiche delle acque, salutari soprattutto per l'insania e la sterilità. Famoso è anche l'Ager Falernus, celebrato da scrittori e poeti per il prelibato e generoso vino Falerno.
37 a.C. Orazio e Mecenate in viaggio per Brindisi incontrano a Sinuessa il poeta Virgilio, Plozio Tucca e Lucio Varo.
44 d.C. Passaggio dell'apostolo Pietro per Sinuessa.
60 d.C. Passaggio dell'apostolo Paolo per Sinuessa.
64 d.C. San Cassio, I vescovo di Sinuessa, è martirizzato sotto Nerone.
292 d.C. San Secondino, cittadino e vescovo di Sinuessa, è martirizzato in sieme a San Casto, vescovo di Suessa, sotto l'impero di Diocleziano.
303 d.C. Concilio di Sinuessa per giudicare papa Marcellino accusato di offerte agli dei pagani.
400 d.C. Lenta e progressiva decadenza della città dovuta alle incursioni barbariche.
fondazione del villaggio Petrino da parte dei superstiti della città romana.

PERIODO LONGOBARDO - NORMANNO - SVEVO (IX - XIII sec.)
Origine della Rocca Monti Droconis.
Signori della Rocca sono i principi di Capua ed i conti di Aversa.
Landone II, nipote di Landolfo V, conte e vescovo di Capua, nell'anno 879 ha per primo la Signoria della Rocca di Mondragone.
1192 Assedio della Rocca, strenuamente difesa da Anneo di Rivomatricio, da parte di Diopoldo Alemanno che la espugna con uno stratagemma.

PERIODO ANGIOINO - ARAGONESE - VICE REAME (XIII - XVIII sec.)
Origine dei casali di S. Angelo e S. Nicola e della terra di Mondragone.
Ne hanno il potere: Filippo di Tessaglia, Guglielmo d'Alneto, Goffredo Janvilla, Sergio e Bartolomeo Siginolfo, Francesco del Balzo, Tomacella, Giovanni De Lise, Tommaso Marzano, Francesco Dentice, Jacopo Sannazzaro, avo del famoso poeta.
Il feudo passa poi alla famiglia Carafa e successivamente venduto alla famiglia Grillo. Ultimo duca feudatario è don Filippo Agapito Giuseppe Grillo, che fu anche conte di Carinola, patrizio del Sacro Romano Impero, estromesso nel 1806 per effetto della legge sulla eversione della feudalità.

REGNO DELLE DUE SICILIE 
Sotto i Borbone, la terra di Mondragone è retta dall'Università: due Sindaci e 10 decurioni alle dipendenze del Re.



Stemma gentilizio della famiglia Carafa. 
Tennero il ducato di Mondragone dal 1464 al 1690. 
 disegno di Claudio Di Lorenzo, 1993.

Stemma gentilizio della famiglia Grillo.
Duchi di Mondragone dal 1690 al 1806. 
 disegno di Claudio Di Lorenzo, 1993.

Luigi Carafa, 1567-1637, principe di Stigliano, 
duca di Sabbioneta e duca di Mondragone. 
Socio fondatore nel 1611, dell'Accademia napoletana degli oziosi.



I sindaci di Mondragone dal 1800 ad oggi

Qui c'era un link che riportava l'elenco dei Sindaci direttamente dal sito istituzionale del Comune di Mondragone oggi sparito.
Riportiamo comunque l'elenco
  • Antonio MARCUCCI 1800-1801
  • Pasquale SEMENTINI 1801-1807
  • Gennaro DI BERNARDO 1808 -1809
  • Michele FUSCO 1809
  • Marco GIANNELLI 1810
  • Antonio SCHIAPPA 1811-1812
  • AntonioMARCUCCI 1813-1814
  • Cesare MARCUCCI 1815-1816
  • DomenicoCERQUA 1816–1818
  • Giovanni SCHIAPPA 1818–1826
  • Giovanni FUSCO 1827-1829
  • Luigi STEFANELLI 1829
  • Pasquale LANDI 1830–1833
  • Giovanni TARCAGNOTA 1833-1835
  • Carlo FUSCO 1836-1839
  • Francesco FUSCO 1839–1841
  • Francesco PACIFICO 1842-1843
  • Domenico STEFANELLI 1844–1848
  • Sebastiano BOCCUCCI 1848–1851
  • Giovanni TARCAGNOTA 1851–1854
  • Giovanni SCHIAPPA 1855–1858
  • Giuseppe BOCCUCCI 1859-1860
  • Nicola GRAVANO 1860-1861
  • Luigi RICCA 1861–1863
  • (Commissario Prefettizio) Gaetano BUONOMO 1863-1864
  • (Regio delegato) Paolo CARDELLA 1864-1865
  • Antonio MIRAGLIA 1866-1869
  • Eraclio CIRILLO 1870-1872
  • Vincenzo DELLE CHIAIE 1873-1874
  • Eraclio CIRILLO 1874-1876
  • Antonio PECORINI 1876-1878
  • Eraclio CIRILLO 1878-1879
  • Pietro PALOMBO 1879-1889
  • Vincenzo CARULLO 1889-1890
  • ( Commissario Prefettizio) Giuseppe BOCCUCCI 1890–1892
  • Pasquale SEMENTINI 1893-1895
  • Michele TARCAGNOTA 1895-1909
  • Giuseppe MANZI 1909 (Commissario Prefettizio)
  • Giuseppe CARDELLA 1909-1911
  • Marcello ROSSI 1910-1912 (Commissario Regio)
  • Vincenzo MATTIA 1912-1913 (Commissario Prefettizio)
  • Armando BELLI 1913 (Commissario Prefettizio)
  • Mario NICCOLINI 1913 (Commissario Regio)
  • Leopoldo Tommaso SCHIAPPA 1913-1914
  • Nicola SCHIANO 1914-1915 (Commissario Prefettizio)
  • Giuseppe CARDELLA 1915–1920
  • Vincenzo SERRA 1920 (Commissario Prefettizio)
  • Gabriele SCHIAPPA 1920–1924
  • Pasquale CORVINO 1925-1927
  • Giuseppe SCHERINI 1927–1930 (Commissario Prefettizio)
  • Giuseppe SCHERINI 1930–1931 (Podestà)
  • Giovanni SCHIAPPA 1931–1932 (Commissario Prefettizio)
  • Giovanni SCHIAPPA 1933-1943 ( Podestà)
  • Domenico PAPA 1943 (Nomina del Comando alleato)
  • Pasquale CORVINO 1944 (Nomina del Comando alleato)
  • Ferdinando CORRENTE 1944 (Nomina del Comando alleato)
  • Salvatore CAIAZZO 1945 (Nomina del Comando alleato)
  • Mario CONTE 1946-1952
  • Arturo TUCCI 1952-1953
  • Giuseppe BEATRICE 1953–1962
  • Antonio TRUOSOLO 1962-1963 (Commissario Prefettizio)
  • Gennaro CALIENDO 1963–1964
  • Nicola DI PALO 1964-1965
  • Renato RUFINO 1965–1967
  • Camillo FEDERICO 1968-1976
  • Mario PACIFICO 1976–1979
  • Paolo RUSSO 1979–1983
  • Camillo FEDERICO 1984-1986
  • Michele ZANNINI 1986
  • Raffaele SODANO 1986-1987 (Commissario Prefettizio)
  • Camillo FEDERICO 1987-1988
  • Paolo RUSSO 1989-1991
  • COMMISSIONE STRAORDINARIA 1991-1993
  • Luigi NUNZIATA 1993-1994
  • Vincenzo MADONNA 1994 (Commissario Prefettizio)
  • Michele ZANNINI 1995-1999
  • Ugo Afredo CONTE 1999-2008
  • Gerardina BASILICATA 2008 (Commissario Prefettizio)
  • Achille CENNAMI 2008-2011
  • Michele CAPOMACCHIA 2011-2012 (Commissario Prefettizio
  • Giovanni SCHIAPPA 2012 – 2017
  • Virgilio PACIFICO 2017 - 2022
  • Francesco LAVANGA 2022- 


domenica 19 febbraio 2012

Terra di Lavoro: costumi popolari nel XVIII secolo

Monte Massico ed il territorio circostante 
(dall'Atlante geografico del Regno di Napoli di A. Rizzi Zannone, 1781)

Nell’anno 1782, Ferdinando IV di Borbone organizzò una missione alquanto particolare: illustrare i diversi modi di vestire delle popolazioni che abitavano il Regno di Napoli e di Sicilia. Vero ispiratore del progetto e colui che lo diresse per tutta la durata, fu il marchese Domenico Venuti, uomo di profonda cultura, da poco nominato direttore della Real Fabbrica di Porcellana.
La missione tendeva proprio alla ricerca di nuovi temi da raffigurare sulle porcellane. Erano anni in cui il Regno di Napoli viveva un momento magico che lo vedeva al centro dell’attenzione di gran parte dell’Europa. Le scoperte di Pompei e di Ercolano, le bellezze naturali, il protagonismo del Vesuvio di quegli anni, mettevano il Regno al centro di numerosi interessi e facevano di Napoli meta obbligata del Gran Tour.
Si realizzavano sotto l’influenza illuministica alcune interessanti esperienze come la colonia di San Leucio per la lavorazione della seta e l’azienda agricola del Real Sito di Carditello.
Alle province del Regno fu dedicata una particolare attenzione: fu affidato ad Antonio Rizzi Zannone il rilevamento topo-cartografico del Regno che portò poi, nel 1781, alla realizzazione dell’Atlante geografico del Regno di Napoli.
La campagna di ricognizione doveva produrre, dunque, le immagini degli abiti realmente indossati dagli abitanti delle province identificabili per forme e colori, per trovare poi la loro applicazione in campo artistico nella decorazione della porcellana o nella realizzazione di dipinti ed incisioni.
A partire dal febbraio 1783, fu affidato a due valenti disegnatori, Alessandro D’Anna e Saverio Della Gatta, in seguito sostituiti da Antonio Berotti e Stefano Santucci, l’incarico di recarsi di persona nei paesi in cui la differenza di vestiario era notevole.
La prima provincia del regno ad essere visitata, nel giugno del 1783, fu Terra di Lavoro, che comprendeva, allora, anche i distretti di Nola, Gaeta e Sora; l’incarico si concluse nel 1797 in Sicilia. Si trattò dunque di una ricognizione capillare che durò ben quindici anni.
Oggi quelle immagini sono le uniche e preziose raffigurazioni di costumi, ornamenti e modi di vestire, altrimenti perduti.

Per approfondimenti sul tema:
Napoli-Firenze e ritorno. Costumi popolari del Regno di Napoli nelle collezioni borboniche e lorenesi, a cura di Maria Cristina Masdea e Angela Carola-Perrotti, Guida editore 1991.



Donne di Cascano di Sessa Aurunca


Donna di Traetto

Uomo di Piedimonte di Sessa Aurunca


Donna della Torre di Francolise

Le illustrazioni sono tratte dal volume: Napoli-Firenze e ritorno. Costumi popolari del Regno di Napoli nelle collezioni borboniche e lorenesi, a cura di Maria Cristina Masdea e Angela Carola-Perrotti, Guida editore 1991.


Le illustrazioni sono tratte dal volume: 
Napoli-Firenze e ritorno. Costumi popolari del Regno di Napoli nelle collezioni borboniche e lorenesi, a cura di Maria Cristina Masdea e Angela Carola-Perrotti, Guida editore, 1991.




martedì 14 febbraio 2012

Il filosofo Pietro Taglialatela: un uomo della nostra terra

Pietro Taglialatela, filosofo (1829 - 1913)
Il filosofo Pietro Taglialatela, se non fosse per una via dell’antico casale di Sant’Angelo a lui intitolata, sarebbe pressoché sconosciuto ai Mondragonesi.
Eppure è stato definito:
Tipica personalità dell’Ottocento, ebbe, in comune con gli uomini più vivi del suo secolo, profonda fede nell’ideale del progresso e un diffuso senso di sano ottimismo, che non è superficialità, ma attesa di una umanità migliore, fiducia che le idee di libertà, di fratellanza, confortate dalle prime strepitose conquiste della scienza e della tecnica, sarebbero riuscite, vinte le prime grandi battaglie rivoluzionarie, a dare un volto veramente nuovo al mondo contemporaneo.
Giovanni Iurato, Pietro Taglialatela. Dalla filosofia del Gioberti all’evangelismo antipapale, editrice Claudiana, Torino 1972
Mondragone, casale di Sant'Angelo, casa natale del filosofo Pietro Taglialatela 
(foto di Nunzio Fardella)

Pietro Taglialatela nasce a Mondragone, in una casa ancora oggi esistente nell’antico casale di Sant’Angelo, il 7 gennaio 1829 da un’agiata famiglia di agricoltori.
Giovanissimo fu avviato agli studi presso il seminario vescovile di Sessa Aurunca, anche su consiglio del parroco Vincenzo Bencivenga che lo aveva iniziato ai primi rudimentali studi di grammatica latina ed italiana, di storia antica, geografia e mitologia. Nel seminario di Sessa Aurunca si rilevano ben presto l’acutezza della sua mente e le sue doti di studioso, tanto che ancora studente è chiamato a sostituire, nella cattedra di teologia il suo maestro, il dominicano Lo Cicero.
Ricevuti gli ordini sacri, fu chiamato ad insegnare teologia presso il seminario di Cava de’ Tirreni ove rimase per circa quattro anni (1852-1856). Gli fu, successivamente, offerta la cattedra di teologia presso il seminario di Catania.
Nel frattempo era scoppiata la rivoluzione nel Regno delle Due Sicilie. Vengono allora fuori quel profondo patriottismo e quel senso di fierezza civile che caratterizzeranno per sempre la personalità di Pietro Taglialatela: affascinato dall’impresa garibaldina, come altri sacerdoti dell’epoca, si presenta al comitato di Salerno per arruolarsi, ma ciò gli fu negato a causa delle sue malferme condizioni di salute. Fu invitato, però, a predicare la rivoluzione nelle provincie napoletane e lo fece con tale entusiasmo da essere vanamente ricercato dai Borbonici e, per ben due volte, costretto a fuggire via mare per evitare la cattura.
Con l’unità d’Italia si trasferisce a Napoli, ove deposto l’abito talare, insegna Teologia all’Università di Napoli, fino alla soppressione della cattedra nel 1861.
Seguendo una tradizione napoletana dell’epoca, apre una scuola privata in via Nilo e si dedica alla stesura della sua opera principale, l’Istituzione di Filosofia. Nominato membro di commissioni di vigilanza nella scuola popolare, partecipa attivamente nella vita della società napoletana dell’epoca e diviene socio dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti.
Per non allontanarsi da Napoli e dai suoi allievi, rifiuta una cattedra all’Università di Milano e successivamente a quella di Bologna.
A Napoli insegnò privatamente dal 1863 al 1875, anno in cui si convertì al protestantesimo.
Non vi sono notizie di suoi ritorni a Mondragone, se non nel 1878, in occasione di un suo giro missionario che interessò anche i vicini paesi di Falciano e Casale di Carinola: l'avvenimento ci viene indirettamente confermato  dal canonico Giuseppe Aversario, nel 1904, quando lo attacca duramente con la pubblicazione di un opuscolo Errori di Pietro Taglialatela apostata, dopo la stampa, da parte del Taglialatela, di Il Papa-re nelle profezie e nella storia.
Morì a Roma, all'età di ottantaquattro anni, il 23 settembre 1913 e fu sepolto nel campo del Verano.
Benedetto Croce in Pescasseroli, 1922, scrisse di lui: "uomo degno e colto filosofo, autore tra l'altro di un pregevole volume d'Istituzioni di filosofia".

Tra le sue opere principali:
  • Istituzione di filosofia, Napoli, 1864;
  • Apologia delle dottrine filosofiche di Vincenzo Gioberti, Napoli, 1867;
  • Il Papa-re nelle profezie e nella storia, Roma 1902;
  • In Dio: saggi – discorsi – frammenti di filosofia cristiana, Roma, 1927 (pubblicato postumo);
  • Fede, speranza e carità: meditazioni, Roma, 1927 (pubblicato postumo).
Istituzione di filosofia, edizione all'Insegna del Diogene, Napoli 1864 

Per approfondimenti delle opere e del pensiero di Pietro Taglialatela:

Giovanni Iurato, Pietro Taglialatela. Dalla filosofia del Gioberti all’evangelismo antipapale, editrice Claudiana, Torino 1972