La conoscenza di un territorio e dei suoi valori identitari costituisce non solo il fondamento di un sentimento di appartenenza per le comunità che vi risiedono, ma anche il presupposto per un reale apprezzamento e per una consapevolezza del valore, collettivo e individuale al tempo stesso, del patrimonio culturale locale, oltre che una condizione essenziale per la sua tutela e per la sua rinascita economica e sociale.

Knowing a country and its identity values is both the basis for a sense of belonging for local communities and the prerequisite for an appreciation and a true understanding of the single and collective importance of the cultural and territorial heritage. It is, moreover, the necessary condition to promote its protection and economic and social revival.

venerdì 13 giugno 2014

L'abbazia benedettina di Sant'Angelo in Formis

Abbazia di Sant'Angelo in Formis


La chiesa fu costruita al tempo dei Longobardi nel VI secolo, in onore dell’Arcangelo S. Michele alle falde del Monte Tifata, presso Capua. La Basilica fu detta prima ad arcum Dianae, perché edificata sui ruderi del tempio di Diana Tifatina poi detta in formis o ad formis per la presenza di alcune arcate di acquedotto.
Grazie agli scavi archeologici degli ultimi anni conosciamo l’esatta ubicazione del tempio di Diana e la sua tipologia. L’attuale piano di calpestio e buona parte del pavimento della basilica, così il perimetro della chiesa ripercorre il perimetro del podio su cui si innalzava il tempio. All’esterno, sul lato sud vicino al campanile e all’interno, appena entrati nella chiesa, il podio presentava un paramento in blocchi di tufo grigio e doveva essere di tipo etrusco-italico ad una sola cella orientato ad ovest. Non si sa con precisione quando fu edificata la chiesa, ma essa esisteva già al tempo del vescovo di Capua Pietro I (925-938), il quale concesse ai monaci di Montecassino la chiesa di S. Michele Arcangelo per costruirvi un monastero, come risulta dal Chronicon cassinese. Nel 943 Sicone, vescovo di Capua e di stirpe longobarda, tolse la chiesa ai Cassinesi per darla in beneficio ad un diacono che sembra trasformò l’edificio sacro in luogo di ritrovo per gli oziosi del luogo. Nel 944 i monaci fecero ricorso al Pontefice Marino II, il quale ordinò al vescovo, sotto pena di scomunica, di rendere prontamente la chiesa di S. Angelo de monte ai monaci.
Non si sa per quali ragioni, ma già nel 1065 l’edificio sacro risultò nelle mani dell’arcivescovo di Capua, Ildebrando, figlio di Pandolfo I. Nel 1066 il principe Riccardo con Giordano, suo figlio, donarono alla chiesa di S. Angelo il territorio di Sarzano con le sue pertinenze. Sei anni dopo, nel febbraio del 1072, il principe donò il cenobio di S. Angelo con tutte le sue pertinenze al monastero cassinese. Desiderio, il grande abate cassinese, fece ricostruire ed affrescare la nuova chiesa tra il 1072 e il 1087.
Tra il principe e l’abate, già legati da vincoli di amicizia, iniziò una stretta collaborazione nella definitiva sistemazione della chiesa e del convento. Su antiche colonne fu innalzata la basilica e negli immediati dintorni furono costruiti una foresteria, la sacrestia, l’ospedale, un ospizio e, più tardi, una cappella dedicata a San Nicola di Myra. Nacque un vivo centro monastico che ospitava una comunità di ben quaranta monaci. In un documento del 15 settembre del 1095 Riccardo II, principe di Capua, conferma a S. Angelo in Formis le possessioni e i privilegi concessi al monastero da Riccardo I e da Giordano suoi successori. Il monastero ebbe lunga vita e solo nel 1417 fu soppresso, quando i monaci andarono via e l’antico cenobio divenne, sotto il pontificato di Martino V, una prepositura soggetta a Montecassino.
Prima del 1574 inizia la serie degli abati commendatari. Il cardinale, Antonio Carafa, è il primo che iniziò il lento abbandono degli edifici cenobitici. Nel 1732 l’abate Giuseppe Renato Imperiale fece eseguire numerosi restauri per rimettere in sesto la chiesa e gli edifici annessi. Nel 1766 il monastero divenne dipendenza della Chiesa di S. Marcello a Capua. Successivamente, nel 1799 venne dichiarata di regio patronato, perché i Borboni si autoproclamarono eredi dei principi normanni Riccardo I e Giordano I. Nella prima metà del XIX secolo l’abate Caprioli ne ristrutturò il soffitto e vi aggiunse la sacrestia e il cimitero.
Nel 1870 la Badia passò al demanio dello Stato.


Abbazia di Sant'Angelo in Formis: particolare


La Chiesa di S. Angelo in Formis è considerata l’edificio più importante dell’architettura romanica nella regione Capuana. Si presenta con un portico lungo 17,40 m, a cinque fornici, quattro archi acuti di richiamo musulmano con volte a crociera uno centrale a tutto sesto, con volta a botte, molto più alto degli altri sostenuti da quattro colonne, due di marmo cipollino e due di granito, mentre ai due lati due massicci pilastri di tufo. Le quattro colonne, chiaramente di spoglio, furono prelevate da un tempio o da una costruzione civile.
La facciata della chiesa si eleva al di sopra del portico e mostra tre finestre rotonde, simili a quelle delle pareti laterali, oltre una più piccola in alto. Il portale centrale d’ingresso della chiesa, coronato da un arco semicircolare e da un architrave con iscrizione.
Il campanile, posto a sud, si trova in posizione arretrata rispetto al pronao ed è alto 19m. È costituito da due piani di differenti materiali: il primo di marmo bianco ed il secondo in mattoni rossi. Il primo piano ha due porte con arco a tutto sesto, di cui uno murato e due sottili finestre. L’ornato della cornice è tanto simile a quello dell’archivolto del portale dell’Abbazia, da far supporre che una medesima maestranza sia stata all’opera nei due casi. Su ogni lato del secondo piano, quasi della stessa altezza del primo, si apre una bifora a tutto sesto. Anche questo piano termina con una cornice di marmo più piccola. Rimasto in piedi solo per due terzi della sua altezza, originariamente la costruzione doveva esplicare anche la funzione di torre di avvistamento. Infatti, per meglio poter svolgere questa funzione nel Quattrocento fu abbattuta l’elegante cupoletta sormontata da una croce. Interessante è la bicromia degli ordini. La zona inferiore in travertino e quella superiore in cotto, secondo una tradizione riscontrabile anche nei campanili di Capua, Salerno, Caserta Vecchia e nelle torri federiciane di Capua.
L’interno dell’edificio è a tre navate, quella centrale più ampia e lunga, divise mediante una doppia serie di sette colonne, terminanti in tre absidi, senza transetto né cripta. Le colonne, di granito e di marmo cipollino, sostengono otto arcate a tutto sesto. Nel 1732 il cardinale Giuseppe Renato Imperiale, il cui nome compare su di una lapide apposta sulla parete sinistra del portico, aggiunse alla chiesa il soffitto, arricchendola di altri cinque altari. Ai lati dell’ingresso due acquasantiere: quella a destra formata da un’ara romana tardoimperiale, l’altra è un capitello di stile romanico appoggiato su un rocchio di colonna.
L’altare maggiore è un sarcofago romano sistemato qui verso il 1964 e proveniente dal Museo S. Martino di Napoli. A sinistra dell’altare si trova un pulpito di marmo poggiante su quattro colonne. Sul parapetto un’aquila acefala, che trattiene tra gli artigli il Vangelo, fa da leggio. Il pulpito doveva essere poi del tutto rivestito di mosaici, oggi purtroppo scomparsi.
Sulle pareti delle absidi si rivelano le tracce di finestre, tre in quella centrale e una in quelle laterali.
Durante la costruzione della chiesa di Montecassino Desiderio inviò a Costantinopoli dei monaci col compito di assoldare abili maestri nel lavoro in marmo e nei mosaici, inoltre l’Abate volle che i giovani novizi e i monaci si avvicinassero a queste tecniche artistiche. Purtroppo a Montecassino nulla è rimasto, ma pregevoli testimoni delle tendenze importate dai mosaicisti bizantini e dell’arte in Italia dell'XI secolo sono gli affreschi di S. Angelo in Formis. Sicuramente realizzati al tempo di Desiderio (1072-1087) – e per fortuna ritrovati nel 1840 da un mastro muratore – gli affreschi, realizzati secondo un preciso piano teologico-didascalico illustrano la storia della salvezza secondo una vera carrellata di personaggi e scene del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Il ciclo pittorico presenta i due cicli testamentari, un Giudizio Universale in controfacciata, ma molte sono anche le rappresentazioni dei profeti. All’esterno al di sopra dell’architrave, accolgono i fedeli due lunette; in quella inferiore la Madonna orante in un medaglione sorretto da due angeli mentre in quella superiore l’Arcangelo Michele. Nelle lunette degli altri quattro archi vi sono le Storie di S. Paolo e di S. Antonio, probabilmente risalenti al XIII secolo. Nell’abside centrale in alto il simbolo dello Spirito Santo, la colomba, nel mezzo Cristo seduto sopra un trono bizantino con la mano destra in atto di benedire alla maniera greca.
Ai lati del Cristo i quattro simboli degli Evangelisti, mentre ai suoi piedi S. Gabriele, S. Raffaele, S. Michele, S. Benedetto con il libro della regola e l’Abate Desiderio che offre il “modellino” della chiesa. Sulle pareti della navata centrale si sviluppa, in tre ordini, il percorso evangelico. Sui piedritti delle colonne sono affrescati i Profeti ed altri personaggi della Sacra Scrittura, mentre sulle pareti della navata centrale si dispiegano gli episodi più salienti del Vangelo.


Abbazia di Sant'Angelo in Formis: portale


Abbazia di Sant'Angelo in Formis: ciclo di affreschi
Il testo è tratto da: 
L'influenza cassinese nelle più antiche chiese medievali della Campania. Fonti storiche, architettoniche e archeologiche 
di Pierfrancesco Rescio.
Le foto sono di Salvatore Bertolino.

giovedì 12 giugno 2014

La Cattedrale di Cales



Cales, oggi Calvi Risorta, la Cattedrale

Di questo, che è tra i monumenti meglio conservati della Campania medievale, non resta purtroppo alcuna notizia storica circa la sua costruzione. Secondo la tradizione la primitiva chiesa sorgeva non molto distante dall’odierna Cattedrale e si identificava con la basilica paleocristiana di San Casto Vecchio, ma alcuni fanno risalire la fabbrica alla seconda metà del IX secolo, cioè negli anni in cui regnò su Calvi un certo Atenulfo, che sembra abbia trasformato l’antica città in castrum. Tuttavia le caratteristiche formali, sia dell’architettura che della plastica architettonica, suggeriscono che la costruzione della Cattedrale debba essersi svolta entro la prima metà del XII secolo.


Cales, oggi Calvi Risorta, la Cattedrale: ingresso laterale

Purtroppo della costruzione romanica originaria rimangono poche tracce: le tre absidi, il muro esterno della navata sinistra e alcuni componenti essenziali della facciata. La chiesa subì un primo restauro nel 1452, ma il terremoto del 25 luglio 1805 causò seri danni all’edificio. La facciata si aprì in più punti e i primi pilastri e l’arco maggiore si squarciarono.
Successivamente, la Cattedrale fu riparata intorno al 1792-1829. Unico elemento medievale originario della facciata è il portale centrale, la cui mensola di sinistra rappresenta una figura armata che ammazza un drago, mentre in quella di destra è raffigurato un animale fantastico. La cronologia dell’archivolto è ancora dibattuta, ma sulla base della morfologia della sua forma è possibile ipotizzare una datazione intorno al XIII secolo.
Sul lato settentrionale dell’edificio, in posizione arretrata, si erge il campanile rinascimentale, costruito nel 1591, come testimonia un’epigrafe. La torre campanaria, divisa in tre ordini da due cornicioni, fu restaurata perché pericolante nel 1960.
Dedicata alla Vergine Assunta la Cattedrale di Calvi è a pianta basilicale trinavata conclusa da tre absidi, con transetto contenuto entro il perimetro. Sotto il presbiterio si apre una cripta voltata a crociera.


Cales, oggi Calvi Risorta, la Cattedrale: il campanile

All’interno della Cattedrale il manufatto più interessante è la cattedra episcopale, il cui seggio è retto da due solenni figure di elefanti con zampe rigide come colonne saldamente cementate al terreno. Degno di nota all’interno della chiesa è il pulpito, sostenuto da due leoni stilofori, che mostrano stringenti affinità coi leoni della Cattedrale di Capua e con i due leoni che si trovano ai lati dell’ingresso della Cattedrale di Caserta Vecchia, destinati ora a sorreggere due acquasantiere.

Il testo è tratto da: 
L'influenza cassinese nelle più antiche chiese medievali della Campania. Fonti storiche, architettoniche e archeologiche 
di Pierfrancesco Rescio.

Le foto sono di Salvatore Bertolino.

sabato 24 maggio 2014

Lauro di Sessa Aurunca. La chiesa di San Michele arcangelo o Sant'Angelo


 

S. Angelo (o San Michele arcangelo) è la più antica chiesa di Lauro, si presenta austera, all’ingresso del paese, per chi giunge da est, da Sessa Aurunca. E' posta al lato della strada provinciale, su una piccola altura, un poggio tufaceo a ridosso della località «La Forma».
Non è grande, eppure appare, a guardarla dal basso, imponente.
Lo studioso Fiorillo, giunto all’inizio del 1979 per la prima volta a S. Angelo di Lauro, per verificare le condizioni disastrose in cui versava, afferma: «Ebbi distinta la sensazione di trovarmi al cospetto di una specie di rocca, un bastione o, meglio, d’una diruta torre medioevale, che esercitava un fascino particolare difficile a descriversi» e continua, mettendo in risalto «le strutture miniaturistiche, le proporzioni armoniose» del monumento, finanche «le pietre squadrate d’un bel bleu spento», mentre immagina «il tempo dello splendore antico».
Dieci anni prima Carlo Bertelli e Anna Grelle Iusco avevano svolto uno studio attento e dettagliato della Chiesa e lanciato un appello, affinché si intervenisse al più presto per salvare un grande patrimonio storico, religioso, artistico, culturale.
A richiamare l’attenzione degli studiosi era stato Don Pasquale Rivetti, canonico del Duomo di Sessa, parroco del paese per alcuni anni, che nella sua pubblicazione su Lauro del 1966, citata nel primo capitolo, aveva presentato i resti di «un’antichissima chiesetta… dedicata all’Arcangelo S. Michele», unendo anche alcune fotografie dell’esterno e dell’interno, in particolare dei «pregiati affreschi» egli scriveva, «che si presumono di stile bizantino, dei quali però parte sono tuttora ben visibili e parte purtroppo risultano deturpati e coperti dalla calce, appena risultanti dai graffiti delle aureole dei Santi».
Il Reverendo Parroco costatava con amarezza il reale degrado dell’opera e la sua destinazione a una «completa distruzione», in conseguenza dell’abbandono e della non valorizzazione di un monumento di così inestimabile valore, da parte «degli antichi abitanti» che il Parroco definì «imprevidenti e sprovveduti», e, in particolare, delle autorità competenti e della regione, cui fino allora la Chiesa era completamente sfuggita.
L’intervento del Bertelli e della Grelle nel 1971 è stato, quindi, provvidenziale, al fine di studiare e stimare gli affreschi di Lauro tra i reperti più raffinati dell’arte medievale e, soprattutto, sollecitare la Sovrintendenza competente a compiere un restauro, che gli stessi studiosi definirono «improcrastinabile».
Il più antico documento che si riferisce all’antichissima Chiesa è la Bulla di Adenulfo, con la quale s’investe Benedetto della Diocesi suffraganea di Sessa. Tra le Chiese sottomesse alla sua autorità, è nominata l’«Ecclesia S. Archangeli», che corrisponde, per l’ordine in cui è posta nell’elenco, alla Chiesa di S. Angelo di Lauro.
Altre fonti antiche non ci sono.
Il territorio della Curtis Lauriana era tra le pertinenze di Montecassino, prima della fondazione del monastero di Sessa, edificato nel 1012.
In seguito la Chiesa di S. Angelo di Lauro è nominata nelle Rationes Decimarum del 1308-10, per il pagamento delle decime, da parte di un Abbas Leonardus e nelle Rationes Decimarum del 1326.
Nel testo della Visita Pastorale di Mons. Caraccioli del 1753, della quale il Diamare pubblica ampi stralci, si menziona chiaramente la nostra Chiesa, insieme ad altre antiche Chiese, indicando anche dove fossero sorte, si legge: «… et S. Archangeli, quae erat antiqua parochia oppidi Lauri, quae omnes supponuntur fuisse de amplissimo districtu antiquissimae Civitatis Vestinae quae nomen dedit populis Vestinis, …»
Mons. Diamare nelle sue «Memorie critico-storiche della Chiesa di Sessa», riferendosi alle Chiese della Bolla di Adenulfo, asserisce: «La Chiesa di Sant’Arcangelo deve corrispondere all’attuale Chiesa parrocchiale di Lauro».
Nella seconda parte della sua opera, egli illustra le «4 frazioni», in cui era divisa la Diocesi di Sessa, dette «con linguaggio curiale foranie», civilmente indicate con il nome di terzieri, come riporta il De Masi; tra esse è la forania di Lauro.
Soffermandosi sulla parrocchia di Lauro dice: «Nulla di preciso sulla fondazione di questa parrocchia. Antichissimo però questo contado che aveva, … la sua Chiesa nel 1032 dedicata all’Arcangelo S. Michele, benché di piccola mole». Non sappiamo nulla intorno all’origine, ma sappiamo che S. Angelo è stata la prima parrocchia di Lauro, dedicata all’Arcangelo S. Michele.
Non ci sono molti documenti scritti, ma il poco che c’è, e, in particolare, la Chiesa stessa di S. Angelo, con i suoi antichi affreschi e le sue decorazioni pittoriche, indica che quella di Lauro è un’antica comunità di fede in Cristo Gesù, Nostro Signore e Salvatore.
Sul lato storico-artistico il Bertelli e la Grelle affermano: «In tanta scarsezza di notizie è dunque il monumento stesso che deve giustificare la propria datazione e la propria collocazione storica».
E’ possibile ammirare oggi, in tutta la sua monumentale bellezza, la Chiesa di S. Angelo, grazie ai lavori di ristrutturazione dell’edificio compiuti con l’intervento della Sovrintendenza, in seguito al sisma del 1980 «ed in virtù dei fondi maggiori destinati alle zone terremotate», come sottolinea il Fiorillo. All’interno, però, non è possibile, per ora, ammirare la bellezza dei suoi affreschi, dei suoi colori, delle sue pitture; il distacco degli affreschi si è reso necessario, secondo gli studiosi, per recuperare, seppur in modo frammentario, il prezioso patrimonio. Gli affreschi sono oggi al Museo dell’Opera e del Territorio presso la Reggia di Caserta. La Chiesa di S. Angelo vive un tempo di attesa, nella speranza di ritornare a rifulgere nella magnificenza del suo antico, originario splendore.
Il saggio del Bertelli e della Grelle ci aiuta a cogliere la bellezza artistica della Chiesa e il significato profondo degli elementi che la costituiscono, che va oltre la storia e l’arte e ci comunica la fede profonda di un popolo.
La Chiesa di S. Angelo si apre a oriente con un campanile, aderente alla facciata. In esso si trovano alcuni frammenti romani: resti di pavimentazione in opus spicatum utilizzati in alto come ornamento, in basso sono murati due frammenti di marmo lunense, di cui una base nello spigolo destro del portale. In seguito all’intervento di risanamento dell’edificio nel 1980, la base è risultata essere un’ara, inserita in posizione capovolta, rispetto all’originaria. Sul lato frontale riporta un’epigrafe, purtroppo non completamente leggibile, per l’usura della pietra, disposta su tre righe, le cui lettere sono di altezza crescente. Il nomen del personaggio femminile della prima linea è andato perduto, il cognomen è rimasto solo in parte e, per lo spazio disponibile, si può pensare a un’integrazione quale FIRMINA. Non si sa per chi il dedicante fece fare l’ara, oltre che per sé, si può supporre il consorte o un altro familiare. Sotto l’iscrizione funeraria vi sono i resti di una ghirlanda, di cui si vedono solo alcune foglie, nella sua parte concava c’è un’aquila, posta frontalmente, che poggia le zampe sul festone ed ha le ali spiegate, alla sua destra c’è attorcigliato un serpente. Al di sotto del festone è rappresentata la lotta dei galli, che simboleggia l’immortalità e gli istinti combattivi. Sul lato destro vi è una patera. Il lato sinistro è inserito nella muratura. L’ara è databile tra la fine del I sec. d.C. e i primi decenni del II sec. d.C. , ciò si rileva dai caratteri dell’epigrafe e dal tipo di ara.


Il campanile ha una finestra arcuata ed ha alla sommità due piccole volute ad S rovesciata, che gli danno «un’intonazione barocca»; è tutto in blocchi squadrati di pietra locale. Esso poggia su archi alti 2,10 m; tra gli archi vi è una piccola volta a botte, un breve corridoio permette di accedere alla Chiesa. La costruzione del campanile non è perfettamente in asse con la Chiesa.
La Chiesa è costituita da un’unica navata alta e stretta, lunga 6,40 m e larga 4,50 m; termina ad occidente con il presbiterio, che va oltre il perimetro della navata, è lungo 6,25 m e profondo 3,80 m, senza calcolare l’abside circolare. Vi si accede dalla navata attraverso un arco. Il presbiterio è più alto della navata di circa un 1 m, 4 scalini, che in parte sono nello spessore del muro, essi risalgono al sei - settecento, ma vi sono tracce di scalini più antichi. Ciò fa capire, insieme ad altri elementi, che il presbiterio sin dall’origine fosse sopraelevato. Le mura del presbiterio sono più alte rispetto a quelle della navata di 45-50 cm. Addossata al muro del presbiterio, vi è una panchina di pietra, che lo caratterizza come tale.
L’abside è alta 3,86 m ed è larga 2,54 m, fu chiusa da una muratura con decorazione settecentesca, eretta a scopo d’altare nel 1700.
Il presbiterio è tripartito e voltato, le volte alle due estremità sono a botte, la volta centrale, in corrispondenza dell’abside, è a crociera. Tale struttura sembra essere originaria, probabilmente la volta a crociera poté essere più tardi riparata. Il Bertelli e la Grelle evidenziano «alcune analogie, specialmente nell’alzato», tra la nostra Chiesa e la Chiesa di S. Michele a Corte in Capua.
Attraverso «un cunicolo scavato modernamente» si giunge al di sotto del presbiterio al lato meridionale, in un ambiente lungo con volta a botte, da qui ad una grotta, sotto la parte centrale del presbiterio, davanti all’abside, inesplorata e, ancora oltre, sotto la navata, s’intravede un’altra cavità anch’essa inesplorata. La zona è ricca di grotte e cunicoli.
«La costruzione» della Chiesa «è di una spoglia semplicità», è «in blocchi… di pietra locale», cementati, che s’innalzano a formare i muri «su uno zoccolo di materiali informi, ricoperti d’intonaco». Gli archi della Chiesa sono formati da «ghiere degli stessi blocchi». Le due finestre, (una terza fu chiusa durante i lavori allo spigolo sud-est dell’edificio), al lato meridionale della navata, al lato settentrionale non ci sono, «sono, all’esterno, strette come feritoie», hanno «un solo blocco orizzontale», dove è «scolpito» «l’archetto della finestra». Il presbiterio ha due finestre alle due estremità, non strombate. Il muro della facciata è costituito da «materiali informi», come lo zoccolo delle pareti.
All’interno «la Chiesa era tutta intonacata, come dimostrano le pietre scalpellate dove ora l’intonaco è caduto; ed è da supporre che fosse in gran parte coperta di affreschi, poiché qua e là se ne vedono i resti». Così il Bertelli e la Grelle scrivono nel loro saggio.
Dall’attenta analisi da loro effettuata risulta che, oltre agli affreschi votivi, «ve n’è un gruppo così legato alle strutture dell’edificio da far ritenere che si tratti di pitture eseguite assai per tempo», essi specificano: «Vogliamo dire: gli affreschi nella lunetta sopra la porta, negli sguinci delle finestre, in una lunetta sopra l’arco del presbiterio - dalla parte interna - e, infine, nell’abside». Ne aggiungono, poi, «altre tracce… in altre parti della chiesa».




Il testo è di:
Rita Anelina, tratto da Lauro Story, alla quale vanno i miei ringraziamenti.   


Ulteriori informazioni specialmente sugli affreschi che decoravano la chiesa, atualmente non in situ, e sulla storia del borgo di Lauro di Sessa Aurunca:

http://sollyman59.blogspot.it/p/la-storia-di-lauro-ce.html#sthash.1ODWh0eI.dpuf


Le foto a corredo sono di:
 Salvatore Bertolino