La conoscenza di un territorio e dei suoi valori identitari costituisce non solo il fondamento di un sentimento di appartenenza per le comunità che vi risiedono, ma anche il presupposto per un reale apprezzamento e per una consapevolezza del valore, collettivo e individuale al tempo stesso, del patrimonio culturale locale, oltre che una condizione essenziale per la sua tutela e per la sua rinascita economica e sociale.

Knowing a country and its identity values is both the basis for a sense of belonging for local communities and the prerequisite for an appreciation and a true understanding of the single and collective importance of the cultural and territorial heritage. It is, moreover, the necessary condition to promote its protection and economic and social revival.

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martedì 30 aprile 2024

Cenni storici e Studi su Maria SS. Incaldana. Solenne Giubileo dei 400 anni dalla sua definitiva traslazione a Mondragone

I pochi cenni storici sulla protettrice di Mondragone, Maria SS. Incaldana e sul luogo ove la stessa era custodita e venerata, ossia la chiesa annessa al convento dei padri Carmelitani che oggi conosciamo come chiesa del Belvedere, sono riportati nel Saggio storico della città di Carinola di Luca Menna, notaio in Carinola, a sua volta riportati dal vescovo di Sessa Aurunca mons. Giovanni Maria Diamare, nell'opera La Chiesa di Sessa.

Così ci raccontano:

Nella suddetta Chiesa Madre, ossia Vescovado, si venera la sacra e miracolosa effigie di Maria SS. Incaldana che era presso la torre de' bagni, ove sono le acque sinuessane; in una una chiesa del Monastero dei Padri Carmelitani, sul monte Petrino. Siccome nei primi tempi la terra di Mondragone dalle incursioni dei Turchi era continuamente molestata e soggetta a rapine, incendi, devastazioni, così una volta bersaglio di questo furore fu il suddetto Monastero con la Chiesa, per cui tutto fu saccheggiato, ed i voti, le tabelle e la Sacra immagine, che era un quadro di un legno sconosciuto, vennero alle fiamme consegnati.

Ma Dio si compiacque di consolare quella popolazione, che, penetrata dal dolore e dall'afflizione del lacrimevole avvenimento, libera che si vide da quei barbari, si portò all'adorato luogo per venerare quelle ceneri, tra le quali rinvenne il quadro della detta Vergine intatto, ma con un sol legno che tuttavia si osserva, cioè trovassi alquanto affumicato alla parte destra del suo volto e di quello del Bambino Gesù, e ciò per fare intendere alle generazioni future di essere stata tra le fiamme e miracolosamente preservata.

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Fu quindi restaurata quella chiesa dall'incendio sofferto e ricollocata ivi la detta immagine sacrosanta, verso della quale per l'operato miracolo maggiormente la devozione si infervorò. Fu venerata ivi per molti anni, ma poi, o per timore di altre invasioni di barbari o per causa della lontananza di detta chiesetta dal centro di Mondragone, nella Chiesa madre della città fu trasferita ed eletta di quella terra protettrice primaria.


La traslazione avvenne il 28 aprile dell'anno di grazia 1624, la Terra di Mondragone era dominio della famiglia Carafa. 





Ipotesi molto interessante è quella proposta da Domenico Caiazza in Mefitis regina Pia Iovia Ceria. Primi appunti su iconografia, natura, competenze, divinità omologhe e continuità cultuale della Domina Italica, studio riportato in Italica Ars. Studi in onore di Giovanni Colonna per il premio I Sanniti, 2005 (per coloro che volessero approfondire l’argomento, il volume è disponibile presso la Biblioteca Comunale di Mondragone, quale mio dono).


In questo studio Domenico Caiazza ricostruisce l'origine e la trasformazione del culto di Mefitis e la sua migrazione nella religiosità cristiana del culto di Maria Regina ed alla presenza di fonti di acqua.




Ecco cosa scrive a proposito di Maria SS. Incaldana, riporto testuale dalla pubblicazione:

Proprio con questo predicato è un’altra Regina delle acque mefitiche rintracciabile non lontano dal territorio di Sessa ed esattamente in quello limitrofo dell’antica Sinuessa, oggi Mondragone.

Qui è venerata una Madonna Incaldana = in gergo in caurana=nella caldana, ovvero delle acque che ribollono in un laghetto come in una caldaia. Anche una fonte sacra in Teano si chiamava la Cardarella = piccola caldana, e caldana era anche il nome di una fonte della stabilimento Ferrarelle di Riardo. A Mondragone il nome di Bagno della Regina è collegato al ricordo di una regina che venne a curare la sua sterilità con le acque. Sopra Fonte Lavino è il convento di S. Anna in Acquisvivis. Vi erano bagni termali rammentati da Strabone, ancora usati nell’alto medievo, come ricordato da fonti di epoca longobarda, dai quali deriva il nome Le Vagnole, mentre sulle carte IGM sono segnati i Bagni Sulfurei presso il passo di S. Maria Incaldana Vecchia, nella stretta tra montagna e mare e Acqua Sulfurea presso Maria SS. Incaldana.

L’effige della Vergine la mostra adorna della corona, in trono, con un seno scoperto al quale beve il Bambino.

A monte del Casino di Tranzi e dell’Incaldana Vecchia è monte Cicoli sul quale sono stati scoperti resti megalitici di un recinto circolare, interpretabile come una fortezza a guardia del passo e delle coste, ma sede perfetta anche per un tempio ben visibile dalla terra e dal mare. Che questo ipotizzabile tempio fosse dedicato a Marte è indiziato dall’omonimo della catena: Monte Massico o Marsico, ma il nome Caurana ricorda Iuno Gaura.

E va anche ricordato che le Acque Sinuessane sono rammentate da Tito Livio che dice che sin qui si spinse Annibale; evidentemente anche per saccheggiare i santuari. 

 

Ci pare perciò sostenibile che la Vergine Incaldana, continui il culto dell’antica Mefitis, visto che è una Madonna in trono, con corona, che allatta e sacralizza una fonte sulfurea. E’ dunque anch’essa una Madonna del Latte, o anche delle Grazie, tipo questo contraddistinto dall’offerta del seno al Bambino e ai fedeli e l’unica differenza iconografica con la Madonna dei Lattani, la mancanza dell’uccellino, potrebbe spiegarsi, in questo come in altri casi, con i rifacimenti dell’immagine, visto che le vicine Madonne delle Grazie di Minturno e Francolise hanno anche questo simbolo.

  

martedì 23 aprile 2024

L'iconografia di Maria SS. Incaldana: dalla tavola bruciata all'immagine bizantina



Basilica Minore Maria SS. Incaldana




Basilica Minore Maria SS. Incaldana




1624-2024
28 aprile

400 anni dalla traslazione
della sacra immagine di Maria SS. Incaldana
nella città di Mondragone.



L'icona di S. Maria Incaldana, nota anche come Madonna del Belvedere e Prodigiosa, è opera di ignoto del XII-XIV secolo, realizzata su di una tavola in legno di quercia delle dimensioni di 66 x 45,5 cm e 4 cm di spessore. Custodita presso il Convento del Belvedere, sito in località Caldana (zona nota nel mondo romano per la presenza delle Terme Sinuessane), fu trasferita per la prima volta nella cittadella di Mondragone verso la metà del XIV secolo, a causa dei lavori di restauro che interessavano il Belvedere dopo una incursione saracena. Ospitata nella chiesa dell'Annunziata (ora di san Francesco), la tavola sacra ritornò dopo un breve periodo, nuovamente al convento restaurato; ma per i continui timori, giustificati a causa delle frequenti incursioni saracene, la Madonna Incaldana, nei primi anni del Seicento fu trasferita definitivamente nella cittadella fortificata di Mondragone, ospitata nella Collegiata di san Giovanni Battista, dove è custodita tuttora. 

La tavola della Vergine con il Bambino in grembo è contenuta in una pala in argento massiccio di origine settecentesca, più volte rifatta perché oggetto di furto, ultimo in ordine di tempo, avvenuto negli anni '80. La pala a sua volta, è contenuta in una nicchia ricavata all'interno di un altare del Settecento, in marmi policromi.




Basilica Minore Maria SS. Incaldana




L'immagine della Madonna che si ammira oggi, è il frutto di un restauro avvenuto nel 1953, quando la tavola lignea era oramai gravemente rovinata anche a seguito di un precedente pessimo restauro.
Il restauro attuato in base ai principi di conservazione delle parti non degradate o comunque poco danneggiate, con il rifacimento di quelle mancanti, ha restituito una Madonna con il Cristo, che nei caratteri generali potrebbe intrattenere dei legami con l'arte bizantina.


Corrado Valente,  Notizie storiche sull'icona di S. Maria Incaldana in Monumentalia - Frammenti di memoria, Mondragone 1995 





La tavola prima del restauro






Maria SS. Incaldana


Prima del 1953, anno in cui la tavola fu restaurata portando alla luce l'immagine che oggi possiamo ammirare, l'icona della Protettrice veniva desunta e riportata nelle immagini facendo riferimento a modelli similari conosciuti.
Il restauro portò alla luce un dipinto di chiara ispirazione bizantina e pertanto ascrivibile al periodo dell'Arte bizantina nell'Italia meridionale (XIII secolo ?).
Le caratteristiche più evidenti dei canoni dell'arte bizantina sono la religiosità, l'anti-plasticità e l'anti-naturalismo, intese come appiattimento e stilizzazione delle figure, volte a rendere una maggiore monumentalità ed un'astrazione soprannaturale.




Maria SS. Incaldana 
(immagine prima del restauro del 1953)




Maria SS. Incaldana 
(forse la prima immagine dopo il restauro del 1953)



Maria SS. Incaldana 
(foto gentilmente concessa da Angelo Razzano)




Maria SS. Incaldana 
immagine dopo il restauro




Maria SS. Incaldana
di M. 
Severino 
in una rara litografia di Fr. Rinaldini e F.  (collezione privata)

La Litografia Rinaldini è attiva a Napoli, san Biagio dei Libri 
già dalla seconda meta del XIX secolo nel campo della riproduzione delle opere religiose 





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Nell'anno 2006, Poste Italiane spa, ha dedicato alla sacra icona un francobollo commemorativo nell'ambito della serie tematica "Il patrimonio artistico e culturale italiano", con annullo speciale "Mondragone 1.4.2006 giorno di emissione".





Così il Ministero delle Comunicazioni descrive il contesto che ha originato il 45 centesimi dedicato a Maria Santissima Incaldana.
Immagine di origini bizantine miracolosamente scampata all'incendio della cappella che la custodiva; la sua storia si confonde con le radici della città di Mondragone, ove non è solo simbolo religioso oggetto di profonda devozione popolare, ma è soprattutto l'emblema di una identità comune che unisce i cittadini nei secoli e tra i continenti.


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Formella maiolicata Maria SS. Incaldana
 (collezione privata)



Immagine di Maria SS. Incaldana
Forse l'immagine più popolare nelle abitazioni dei mondragonesi
 

sabato 13 aprile 2024

S. Marie de Episcopio a Ventaroli di Carinola


La Basilica di S. Marie de Episcopio meglio conosciuta come Basilica di Foro Claudio o semplicemente Episcopio di Ventaroli, sorge nel territorio del comune di Carinola, a circa due chilometri dal capoluogo. 

E' una chiesa romanica a tre navate absidate di assetto desideriano, riferibile all'XI secolo, con colonne e capitelli di spoglio che sorreggono arcate a tutto sesto, come si può osservare anche nella coeva chiesa di S. Angelo in Formis.

La Basilica dell'XI secolo fu probabilmente costruita su una più antica chiesa altomedievale, a sua volta insistente su strutture paleocristiane:di tali preesistenze esistono tracce in facciata e nelle mura perimetrali. in età classica doveva invece esservi un complesso romano e, prima ancora, una struttura di età ellenistica.

Le tracce di due grandi archi, ancora ben visibili in facciata e non in asse con essa, attestano che la primitiva basilica paleocristiana fosse più grande di quella odierna. L'attuale impianto si rifà, come poc'anzi accennato, alle normative costruttive emanate dall'abate Desiderio di Montecassino, divenuto poi papa Vittore III, secondo le quali le chiese erette entro la giurisdizione benedettina dovevano ricalcare la planimetria della ricostruzione desideriana della chiesa di san Benedetto.

Molto probabilmente l'ingresso della basilica era preceduto da un pronao del tutto simile a quello della chiesa di S. Angelo in Formis, come suggeriscono tracce di ammorsatura presenti in facciata. Secondo alcuni studiosi il pronao andrebbe ricondotto alla fase paleocristiana, in relazione agli archi tompagnati visibili in facciata. Il portale, vilmente asportato qualche anno fa e di recente ricostruito, si allineava al clima storico-artistico aragonese che interessò Carinola nel secondo Quattrocento, facendo di essa la "Pompei del Quattrocento".




 

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La Basilica di Foro Claudio fu sede episcopale di transizione, se così si può dire, avendo da un lato raccolto l'eredità episcopale di Foro Popilio, ormai abbandonata per motivi non troppo chiari, e, segnando, dall'altro, il passaggio a quella di Carinola, istituita nel 1087 quando Bernardo fu nominato vescovo di CalinulumLa plausibile presenza dei resti di un battistero oggi interrato nel sagrato della chiesa ne confermerebbe l'antica funzione episcopale.

Gli affreschi presenti all'interno della basilica vanno inquadrati nel contesto della pittura romanica di ambito benedettino-cassinese, subito a ruota della decorazione della chiesa monastica di Montecassino e di S. Angelo in Formis; in verità è il solo catino absidale di sinistra con la Madonna fra un angelo e S. Pietro, nonchè i due san Giovanni non più leggibili sui pennacchi dell'arco absidale, a potersi ancorare alla fase desideriana; gli affreschi dell'abside centrale ed il San Michele dell'absidiola destra ricalcano, invece, stilemi bizantineggianti più tardi, forse addirittura del XIII secolo, e in forma, ormai, popolari e "manierate".






L'interessante velarium che corre inferiormente all'abside centrale abbina elefanti ibridi all'interno della rota centrale di un motivo complessivamente a cinque tondi (gli altri quattro con quadripetali) ad eleganti e complesse soluzioni fitomorfe entro motivi ottagonali dai lati concavi: si tratta di soluzioni evidentemente mutuate da stoffe orientali ampiamente circolanti nell'Italia meridionale.




Sulla parete laterale destra fanno bella mostra i riquardi dei mestieri, importantissima testimonianza storica di lingua volgare e delle prime corporazioni delle Arti da collocarsi all'epoca rinascimentale. Si ipotizza che la loro presenza sia da mettere in relazione a lavori per la chiesa, finanziati da artigiani e commercianti locali.



Ad essi si accompagnano numerosi altri affreschi votivi, testimonianza dei culti più radicati a livello locale (S. Leonardo, S. Nicola, S. Martino eremita, Madonna del Latte) e variamente collocabili fra il momento tardo-gotico e la fase ormai rinascimentale.






Cenni bibliografici:

M. D'Onofrio, V. Pace, Italia Romanica. La Campania, Milano 1981;

G. Leva, F. Miraglia, Il restauro della basilica di Santa Maria in Foro Claudio a Ventaroli (1968-1972) in G. Fiengo, L. Guerriero (a cura di), Monumenti e documenti. Restauri e restauratori del secondo Novecento (Atti del Convegno Nazionale), Napoli, 2011;

S. Ricciardona, Pittura romanica e tardo gotica in Terra di Lavoro, in U. Zannini (a cura di), Testimonianze storiche, archeologiche e artistiche del territorio di Francolise, Napoli, 2009;

U. Zannini, I Fora in Italia e gli esempi campani di Forum Popilii e Forum Claudii, Morcone, 2009

Testo a cura dell'Archeoclub d'Italia, 

sede di Carinola "prof. P. Michele Piccirillo" 

con la collaborazione del prof. Silvio Ricciardone e del prof. arch. Francesco Miraglia.


Le foto a corredo sono di Salvatore Bertolino

 






mercoledì 3 aprile 2024

Carinola. La chiesa dell'Annunziata


Chiesa dell'Annunziata


Tra i gioielli architettonici di Carinola che abbiamo potuto conoscere ed ammirare nelle Giornate FAI appena trascorse (23-24 marzo 2024) c'è stata la Chiesa dell'Annunziata.


Chiesa dell'Annunziata - Arco dell'abside


Nota anche come chiesa dell'Ave Gratia Plena (A.G.P.), era parte integrante di un complesso che comprendeva anche un ospedale, una Cappella destinata alla Confraternita della SS. Concezione ed alcune botteghe che apportavano rendite all'ospedale.

Il complesso realizzato nel XV secolo con il contributo dell'Università della città e dei Carafa principi di Stigliano, era ubicato al di fuori della cittadella, all'interno di una seconda murazione e lungo la strada che, entrando dalla Porta dell'Annunziata, conduceva alla cittadella attraverso la Porta del Seggio o proseguiva per Sessa attraverso la Porta del Castello.

La struttura di culto è stata concepita secondo i canoni dell'architettura tardo-gotica, scanditi da una certa eleganza dei partiti decorativi: impianto ad aula e copertura a tetto, pareti laterali smaterializzate tramite delle piccole cappelle incorniciate con archi ogivali in tufo grigio su pilastri politici; l'abside a pianta quadrangolare con volta a crociera. L'esterno della chiesa è molto semplice e, ad articolarlo, giungono alcuni elementi architettonici quali: il portale di gusto rinascimentale (sormontato da una lunetta a semicerchio affrescata) asimmetrico rispetto alla facciata all'ocello superiore, la piccola torre campanaria sormontata all'estremità da una cupoletta a cipolla maiolicata (inserita probabilmente nel sec. XVIII) e l'ingresso all'antico ospedale, trasformato in una cappella quando la struttura assistenziale era scomparsa anche nelle suestrutture materiali.L'ingresso all'ospedale presenta elementi archiacuti e decorativi che lasciano intravedere un certo gusto catalano. Sempre accanto alla facciata vi è l'ingresso tardo-gotico (portale in tufo grigio sormontato da una lunetta acuta) alla Cappella della SS. Concezione.


Chiesa dell'Annunziata - Copertura dell'abside




Chiesa dell'Annunziata - Torre campanaria

All'interno della Chiesa si possono ammirare numerosi frammenti di affreschi realizzati a partire dal XV secolo

 


Chiesa dell'Annunziata - Affresco



Chiesa dell'Annunziata - Affresco



Chiesa dell'Annunziata - Affresco


Il testo è tratto da:

Carinola. Guida ai luoghi e ai monumenti del territorio, 2016

Foto:

Salvatore Bertolino


martedì 20 settembre 2022

La Venere o Afrodite da Sinuessa


Venere o Afrodite da Sinuessa



Venere o Afrodite da Sinuessa

Ancora qualche giorno e la Venere di Sinuessa, o Afrodite, farà ritorno a casa, cioè il MAN –Museo Archeologico di Napoli-, in attesa di partire per qualche nuovo prestito. Sono passati i tempi in cui era esposta a far bella mostra di sé nella sala del Toro Farnese.

Acefala, priva degli arti superiori, la scultura è in marmo proveniente dalle cave dell'isola di Paro in Grecia, con un'altezza (la sola figura) di m. 1,75.  

"In antitesi al tipo muliebre di media statura, rappresentato dalla maggior parte delle Afroditi ellenistiche, quali la Medici, la Capitolina, quella da Cirene ed altre, la statura maggiore del naturale della (Afrodite) Sinuessana sembra corrispondere all'ideale omerico della divinità, ed all'ideale femminile dell'arte classica"


Gennaro Pesce, L'Afrodite da Sinuessa, 1939, p.9



E’ la seconda volta che questa importante opera di scuola ellenistica rientra nella Città che la vide tornare, fortuitamente, alla luce dopo quasi due secoli durante i quali era rimasta sepolta ed avvolta dall’oblìo; la prima volta nel 2006, per alcuni mesi, e quest’anno, 2022, per circa due mesi durante i quali ha visto un notevole afflusso di pubblico suscitando un grande interesse. 

 


Venere o Afrodite da Sinuessa


Venere o Afrodite da Sinuessa


Mi piace pensare che in un futuro non tanto lontano, e per interessamento dei nostri amministratori, la Venere possa fare un definitivo ritorno a casa. 

Ciò alla luce del progetto “100 opere tornano a casa”, fortemente voluto dal ministro Dario Franceschini, per promuovere e valorizzare il patrimonio storico artistico e archeologico italiano conservato nei depositi dei luoghi d’arte statali, un progetto a lungo termine che mira a valorizzare l’immenso patrimonio culturale di proprietà dello Stato.

Un “ritorno a casa”, nel luogo in cui fu rinvenuta, per integrare le collezioni del Museo Civico Archeologico “Biagio Greco”  e per dar vita ad accostamenti interessanti capaci di favorire l’apertura del Museo verso nuovi pubblici.


Ecco come ci descrive il ritrovamento Gennaro Pesce nella sua monografia L'Afrodite da Sinuessa, anno 1939

 

Questa scultura fu scoperta fortuitamente il 25 gennaio 1911 da due contadini che dissodavano la terra per piantare una vigna, nel podere detto Casella di Schiappa, situato a due chilometri in linea d’aria a nord dell’abitato di Mondragone, sulle pendici occidentali del monte Petrino, a circa 80 metri sul mare nella contrada detta Monte Vergine o Colombrello.
Tale podere copre le rovine di antiche costruzioni, che presentano i caratteri tipici di un impianto di villa romana, forse degli ultimi tempi repubblicani, elevata sul declivio di una collina dominante la via Appia, in posizione amenissima, ben riparata dai venti, rivolta a mezzogiorno, prospiciente la pianura sinuessana e il mare, con terrazze digradanti a scaglioni, delle quali almeno una, la più vasta, doveva esser cinta da porticati. In fondo a questa terrazza, alla profondità di circa 60 centimetri dal piano di campagna, il piccone di un contadino colpiva un pezzo di marmo, asportandone delle schegge. Insospettito dalla presenza e dall’aspetto di una pietra, insolita per quei terreni, il bravo giovane si diede cautamente ad isolare il pezzo, liberandolo dal terriccio. Appariva così il torso nudo di una grande statua muliebre; trovandosi collocata obliquamente nella terra, le spalle in alto, queste inevitabilmente ai primi colpi dello ignaro sterratore. Il tronco, acefalo e senza braccia né gambe, poggiava obliquamente sopra un altro gran pezzo di scultura, rappresentante due gambe panneggiate. Si trovarono, inoltre, frammenti di braccia e di mani; e lo scopritore ricorda di aver notato che perni di ferro erano incastrati in alcuni di quei monconi, internamente, nel senso della lunghezza. La testa non si trovò.
………………

Avvertito dal sindaco di Mondragone, il soprintendente Spinazzola inviava sul posto, il 13 febbraio, l’ispettore Macchioro il quale, probabilmente a causa delle incrostazioni calcaree, onde erano rivestiti alcuni dei frammenti marmorei, e specialmente il torso muliebre nudo, non potè procedere subito, in quella prima visita, ad una esatta valutazione delle sculture e le lasciò in temporanea custodia allo Schiappa, proprietario del podere, proponendosi di esaminarle accuratamente e magari di estendere le ricerche archeologiche in quel terreno, in una seconda visita da farsi il più presto possibile.




L'Afrodite da Sinuessa
Monografia di Gennaro Pesce, 1939

lunedì 12 dicembre 2016

Carinola. Il palazzo Petrucci



Il palazzo, ubicato tra la piazza O. Mazza e quella della Cattedrale, è stato realizzato durante il XV secolo su preesistenze risalenti ai secoli precedenti ed è un eccezionale esempio di struttura nobiliare con notevoli influssi catalani. Il palazzo è appartenuto a Francesco de Petruciis, conte di Carinola dal 1464 e figlio di Antonello, segretario di Ferrante di Aragona, tra i principali artefici della "congiura dei baroni", ordita ai danni di Ferrante e conclusasi con la morte atroce dell'intera famiglia (1486-1487). In seguito, il Palazzo è divenuto proprietà dei Carafa di Stigliano e, dal 1692, dei Duchi Grillo di Clarafuentes.
La particolarità della struttura è data dalla composizione asimmetrica delle facciate, prive di un progetto unitario (essendo il palazzo frutto di varie stratificazioni) e dall'estrema originalità dello stile catalano. 







L'ingresso è scandito da un bel portale in stile durazzesco, posto in posizione non centrale, che immette in un androne e di lì, attraverso un imponente arco ribassato, alla corte interna. Il piano superiore è articolato in sette splendide finestre disposte su tre lati, tutte diverse tra loro ed ognuna interessante per la propria eleganza decorativa. La diversità morfologica di tali opere potrebbe segnalare l'intervento di maestranze diverse. Si va, infatti, da uno schema a croce guelfa a decorazioni più complesse, ottenute con cerchi non concentrici e allineati, con appesi pendagli in pietra alla maniera del grande maestro catalano Forcimanya, oppure a volute traforate o a due archetti che si incontrano nel centro, sovrastati da una cornice a bilanciere. 
A seguito di recenti restauri è stata riportata alla luce una bella loggia, posta all'angolo tra piazza Vescovado e via Roma, che si apre sulle facciate tramite due arcate per lato, poggianti su colonne polilobate con capitelli floreali. 





L'interno del palazzo è caratterizzato dalla classica corte intorno alla quale ruotano i numerosi ambienti che costituiscono la struttura. Si ritrovano ambienti di servizio, deposito e stalle al piano terra, abitativi e di rappresentanza al piano superiore. Particolare è la loggia a due livelli, che si snoda su due lati della corte; il livello inferiore è coperto a volta, mentre quello superiore presenta un soffitto ligneo affrescato cosi come era, un tempo, anche la sala di rappresentanza accessibile dalla loggia, che occupa buona parte del prospetto principale e si collega anche con la loggia d'angolo. Annesso al palazzo è anche un giardino che affaccia sulle mura della città, al quale si accede tramite una seconda corte interna.


Il testo è di Corrado Valente ed è tratto da:
Carinola. Guida ai luoghi e ai monumenti del territorio, Pro Loco di Carinola.


Per approfondimenti su Francesco Petrucci e la congiura dei baroni si veda il post

http://lebellezzedelmassico.blogspot.it/2012/05/francesco-petrucci-conte-di-carinola-e.html